Dispersione scolastica. 1

Dispersione scolastica e funzione della scuola. 1

Dispersione scolastica, fuga dei cervelli, overducation

Il dossier di Tuttoscuola

Dispersione scolastica in calo (oggi al 13,8%: -6% circa in un decennio), ma ancora molto alta.

L’Italia si avvicina dunque all’obiettivo Europa 2020, al raggiungimento del livello del 10%. Ma restano forti gli squilibri territoriali.

Negli ultimi dieci anni, degli oltre sei milioni (6.114.644) di studenti iscritti al primo anno delle superiori negli istituti statali, non sono arrivati all’ultimo anno quasi un milione e 750 mila studenti (1.744.142). Il 28,5% disperso, non pervenuto, “perso” dal sistema di istruzione statale.

Il costo è enorme: 27 miliardi di euro, per non parlare del complessivo costo sociale.

Fuga dei cervelli. Insomma, un’emergenza drammatica, da più punti di vista. Accentuata dal fatto che tanti giovani super preparati (anche qui con un forte investimento del paese, in questi casi andato perfettamente a buon fine), lasciano l’Italia e vanno a produrre reddito, ricerca, valore aggiunto in altri paesi europei o extra-europei: “si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati” (Dossier Statistico Immigrazione 2017 di Idos e Confronti).

Overducation. Il quadro si complica ancora di più se si considera – accanto ai fenomeni della dispersione scolastica e della fuga di cervelli, il concomitante fenomeno della “overducation”, che riguarda coloro che hanno un eccesso di istruzione rispetto all’occupazione che trovano.

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Manifesti per la scuola – 2017

Manifesti per la scuola pubblica.

Il sistema scolastico è stato oggetto, negli ultimi anni, di vari interventi, variamente giudicati (da Berlinguer a Gelmini e Giannini).
Questi interventi sono stati sempre “condannati” da una parte (rumorosa) del mondo sindacale-scolastico, ma non sono mai stati serenamente valutati nelle loro intenzioni e nei loro risultati (anche parziali).
Nel 2017 sono usciti alcuni “manifesti per la scuola”.
Se si aprisse una vera stagione di “moratoria” e confronto, bisognerebbe avere il coraggio di partire da una analisi disincantata degli interventi attuati, per farla interagire con le critiche e le proposte (in parte conservatrici e in parte restauratrici: ma non per questo aprioristicamente negative) contenute nei manifesti sotto citati.
Il secondo manifesto è di matrice sindacale; il primo e il terzo, invece, nascono nel mondo della cultura (docenti universitari,m intellettuali, scrittori ecc.).
Il secondo manifesto (Scuola bene comune – Manifesto per una scuola inclusiva) trabocca di vuota retorica; gli altri, invece, propongono questioni serie, e anche se le risposte non mi sembrano sempre convincenti, è giusto tenerli in considerazione.
Se dovessi individuare in modo sintetico le questioni rilevanti, proporrei queste:
in positivo:
1. il rapporto docente-studente è ancora il cardine del processo di insegnamento-apprendimento: non ci sono metodologie e tecnologie che possano sostituire l’empatia (sia pure asimmetrica) che deve crearsi tra due personalità che si confrontano per collaborare;
2. le innovazioni metodologiche e le tecnologie sono semplici strumenti che vanno provati e utilizzati, senza mitizzazioni;
3. la didattica per competenze non va enfatizzata e soprattutto non può andare in rotta di collisione con le conoscenze disciplinari;
in negativo:
1. la scuola ha bisogno di confrontarsi e di valutarsi anche decentralizzandosi, uscendo dall’autoreferenzialità: le prove comparative Ocse-Pisa e Invalsi sono strumenti da conoscere, utilizzare, migliorare e superare;
2. l’autonomia scolastica non è un aspetto della “logica produttivistica” a cui si vorrebbe ridurre la scuola; bisogna, invece, trovare gli strumenti per superare le componenti assistenzialistiche, corporative e dequalificate/dequalificanti;
3. gli studenti sono tutti diversi (per contesto socio-culturale e caratteristiche personali) e non sono tutti “da liceo classico”: proporre a tutti la stessa “scuola delle discipline” e immaginare di poter ottenere gli stessi risultati è una velleità destinata a ritorcersi proprio contro gli studenti più deboli.
In realtà, le questioni affrontate sono molte (es. Alternanza scuola-lavoro) e servirebbe un’analisi dettagliata, che però qui diventerebbe noiosa; mi basta avere evidenziato alcune questioni “strategiche”.

Un (altro) manifesto per la scuola? 6-11

Un (altro) manifesto per la scuola? 6-11
 
Fine dei commenti al manifesto sindacale: i contenuti sono troppo banali e scontati (e in contraddizione con quanto fatto finora).
 
Al punto 10 di questo proclama, si dice perfino “La scuola italiana non ha bisogno di proclami”.

Un (altro) manifesto per la scuola? 4-5

Commento al “Manifesto per la scuola” dei sindacati. 4-5

4. La scuola si prende cura delle allieve e degli allievi, mettendo al centro le loro domande di senso e proponendo esperienze di apprendimento significative, attraverso metodologie appropriate, in una relazione educativa improntata ai principi di ascolto, dialogo e confronto. Garantire una istruzione di qualità a tutti e una piena accoglienza, anche a chi proviene da culture e mondi diversi, è la premessa al riconoscimento di una piena cittadinanza.

5. La scuola opera per offrire a tutte e a tutti, senza lasciare indietro nessuno, le migliori opportunità di crescita in vista di un inserimento attivo e consapevole nella società e nel mondo del lavoro, e orienta le scelte di ciascuno promuovendo talenti, vocazioni e aspirazioni di cui tutti sono portatori.

Osservazioni

I nn. 4 e 5 presentano principi apparentemente basilari, ma bisogna fare chiarezza su un punto: non si possono fare le medesime offerte formative e culturali a studenti profondamente diversi nelle caratteristiche, nelle potenzialità e nelle aspettative.

D’altro canto, la scuola non offre servizi di orientamento efficaci, molto spesso  perché i docenti non ci credono, e pensano di perdere tempo.

Orientamento in uscita ed Alternanza scuola-lavoro vengono molto criticati “a priori”, addirittura si parla di sfruttamento minorile, quando invece dovrebbero essere strumenti fondamentali di collegamento con la realtà socio-economica esterna alla scuola.

A questo punto bisognerebbe riaprire la questione della relazione tra “conoscenze” e “competenze” nel processo di apprendimento.

Inoltre troppo spesso politica e sindacato hanno criticato e boicottato le presenze esterne e il coinvolgimento del mondo socio-economico in nome di una pretesa “purezza” e “primazia educativa” che la scuola non ha più. Non a caso è stato impossibile mettere mano alla governance degli istituti scolastici e agli organi di rappresentanza delle varie componenti.

La stessa questione dell’obbligo scolastico andrebbe rivista: non si può obbligare uno studente a stare a scuola per essere ripetutamente bocciato, fino all’espletamento dell’obbligo.

E’ tutta la questione della dispersione che va ripresa in mano con lucidità, non solo sulla base di principi egualitari velleitari, che di fatto generano esclusione ed ingiustizia.

Ma ricordiamoci che abbiamo una scuola ingiusta: Nord/Sud, Licei/Professionali, Ricchi/poveri, Potenti/Deboli. E questa scuola non può essere conservata e non può essere migliorata ricorrendo a vecchi (e un po’ logori) schemi: bisogna avere il coraggio di scelte fortemente innovative.

Sempre che gli obiettivi siano il successo e la felicità dei giovani, perché se l’obiettivo resta l’ampliamento dell’organico, non c’è futuro.

Un (altro) manifesto per la scuola? 3

Commento al “Manifesto per la scuola” dei sindacati. 3

3. L’istruzione, dalla prima infanzia all’età adulta, è una condizione decisiva per lo sviluppo del Paese. Per questo occorrono scelte conseguenti di investimento, a tutti i livelli, allineato alla media dei Paesi Ocse. E occorrono politiche mirate, che valorizzino l’autonomia delle istituzioni scolastiche e le diverse professionalità che in esse operano, garantendo a chi lavora nella scuola italiana un trattamento in linea con il resto d’Europa in termini di considerazione sociale e riconoscimento retributivo.

Osservazioni

L’istruzione è decisiva per lo sviluppo: lo dicono tutti, da anni. Il problema non è affermarlo, ma spiegare come ciò può avvenire.

Lo abbiamo già detto: in Italia si spende poco e male; bisogna innanzitutto spendere meglio, e anche di più.

Autonomia scolastica: per essere reale deve affrontare alcuni nodi, a partire dalla gestione (formazione, selezione, aggiornamento, valorizzazione, valutazione e retribuzione) del personale: compresi i Dirigenti scolastici.

Finora, anche grazie ai sindacati, il personale (e parlo innanzitutto dei docenti) è stato penalizzato in nome della quantità di assunzioni (spesso non necessarie), e quindi: egualitarismo basato su basse retribuzioni, scarsa considerazione sociale, scarsi controlli.

Un riconoscimento retributivo massificante non premierà la professionalità; bisogna prevedere una carriera per i docenti: solo così si valorizza la professionalità (anzi, le diverse professionalità).

Del resto, l’ipotesi di nuovo contratto sembra avere alla base un’ispirazione egualitaria: aumenti a piramide rovesciata.

Un (altro) manifesto per la scuola? 2

Commento al “Manifesto per la scuola” dei sindacati. 2

Punto 2

2. La scuola è aperta a tutti, anche alle nuove italiane e ai nuovi italiani e a chiunque approdi nel nostro Paese, ed è al servizio della persona e della società. In quanto tale, essa è funzionale alla rimozione delle disuguaglianze, enormemente accresciute in questi anni anche per la sottrazione di risorse operata a danno del sistema di istruzione.

Osservazioni

La scuola italiana è già “effettivamente” aperta a tutti; è una scuola “teoricamente” molto inclusiva, in particolare se ci riferiamo a stranieri, disabili e persone con bisogni educativi speciali.

Ma… ci sono dei ma:

  1. si è esaurita da decenni la funzione di ascensore sociale della scuola: da ben prima della Gelmini; si può dire che oggi la scuola funge da ascensore soprattutto per gli stranieri che sanno cogliere le occasioni che vengono loro offerte;
  2. la scuola attuale (quella che si vuole a tutti i costi difendere: che poi è la scuola di ieri), per come si è configurata, di fatto cristallizza le differenze sociali e territoriali: quindi è un fattore di conservazione delle ingiustizie;
  3. l’inclusività è teorica, anche perché si scontra contro l’utilizzazione opportunistica delle possibilità offerte (es. certificazioni in aumento esponenziale; certificazioni cercate per semplificare il percorso degli studi);
  4. spesso i docenti di sostegno svolgono questa attività come ripiego per entrare nei ruoli dello stato, con l’obiettivo di cambiare insegnamento al più presto;
  5. spesso, ancora, l’inclusività si trasforma in una inutile e formale procedura burocratica: situazione che caratterizza il processo di impiegatizzazione della professione docente.
  6. Ciò non toglie che vi siano situazioni di straordinaria inclusione per giovani con enormi problematiche, che dovrebbero forse essere affrontate altrove.

Che poi le disuguaglianze siano aumentate per la sottrazione di risorse, è tutto da verificare; mentre è certo che le risorse spesso sono male utilizzate o addirittura sprecate; ricordiamoci che fino a qualche anno fa il sistema scolastico italiano contemplava tra i 6 e i 7 milioni di ore di insegnamento retribuite ma non svolte.

In Italia non solo si spende poco, per la scuola; si spende anche male. Quindi il primo problema è spendere bene, per non sprecare anche le risorse aggiuntive.

Un (altro) manifesto per la scuola? 1

Commento al “Manifesto per la scuola” dei sindacati.

Punto 1

  1. La scuola è un bene comune che appartiene al Paese e non può essere oggetto di riforme non condivise e calate dall’alto: rappresenta invece una risorsa fondamentale di crescita umana e civile per le persone e la società, una priorità su cui far convergere gli interessi dell’intera comunità nazionale.

Osservazioni

Nel punto 1 ritroviamo le prime ripetute ovvietà: scuola-bene comune; risorsa per la crescita individuale e sociale; una priorità per la società. A questi principi consolidati (che non hanno impedito il degrado della scuola, anzi l’hanno accompagnato), non seguono proposte coerenti.

Anzi, l’idea che “la scuola non possa essere oggetto di riforme non condivise” fa capire che per i sindacati non ci possono essere riforme se non da loro sostenute.

Ora, considerato che le riforme fatte finora (Berlinguer, Gelmini, Giannini; con gli intermezzi De Mauro, Moratti, Fioroni, Carrozza e l’attuale Fedeli) non sono state sostenute dai sindacati che le hanno condannate senza salvare nulla – se non dettagli insignificanti -, ne emerge chiaramente l’atteggiamento conservatore del sindacato scuola: pronto ad affermare principi retorici, ma non in grado di elaborare proposte di cambiamento compatibili con la realtà, e quindi contrario ad ogni cambiamento.

Infatti la scuola è degenerata per decenni, attraverso un ampliamento abnorme dei curricoli (ore di lezione, materie, insegnanti) e la dequalificazione sociale e professionale del corpo docente. Le rilevazioni Invalsi e Ocse-Pisa, contemporaneamente, rendono l’idea di una scuola che non forma in modo adeguato. A pagare sono soprattutto i giovani, come sempre.

Al di là dei buoni principi, quindi, abbiamo di fatto una scuola ingiusta, sul piano sociale e territoriale.

In tutto ciò, governi e sindacati sono complementari nelle responsabilità.

Dopodiché è vero che le riforme “calate dall’alto”, senza l’ascolto e il coinvolgimento degli insegnanti sono destinate a fallire: specie quando agli insegnanti si chiede nuovo, diverso e maggiore impegno, senza alcuna contropartita economica; ma ciò non significa che “per rinnovare la scuola” sia indispensabile la mediazione sindacale.

Se i sindacati difendessero i lavoratori, farebbero il loro lavoro. A riformare la scuola deve pensarci il Parlamento, proprio perché la scuola è un “bene comune”, non appartiene alla categoria dei lavoratori del settore e tanto meno appartiene a sindacati e sindacatini che rappresentano frazioni dei lavoratori del settore.

Nella scuola italiana, per altro, si è imposto un atteggiamento ostile a qualsiasi cambiamento, anche da parte di quelle forze politico-sindacali (es. di sinistra) che hanno sempre contestato il sistema scolastico.

Bisogna ricordare che la svolta si è avuta con Berlusconi al governo: dal 1994 in poi la vecchia scuola democristiana è diventata un modello intoccabile.

A mio avviso è necessario ripartire dalla serena valutazione degli interventi fatti finora, per non illudere insegnanti e studenti che sia possibile abrogare le “riforme” Gelminie e Giannini, per riconoscere e salvare il salvabile e andare avanti.