Scuola e linguaggi

Linguaggi a scuola:

ministeriale, burocratese, didattichese?

I giornali, invece…

Il Miur usa un suo linguaggio, che varia al variare dei contenuti e delle occasioni: si va dal ministeriale, al burocratese, al didattichese.

Il didattichese, spesso, è usato anche da “specialisti veri”e “specialisti fai da te” (della didattica) e dai docenti: quando scrivono o parlano, tra di loro, di questioni didattiche.

Ma, generalmente, quando un docente parla con gli studenti non usa questo linguaggio e parla per farsi capire (che ci riesca o no, è un altro discorso, per altro sempre interessante).

Il Corriere della sera riporta un intervento di Gian Antonio Stella proprio su questo tema. Si tratta, ovviamente, di un articolo caratterizzato dalla forte ironia, per mettere sotto accusa il linguaggio del Miur che, con la ministra Fedeli, ha raggiunto il record dei 59 “Visto…” (per un totale di 49 pagine e 23285 parole) nell’Ordinanza relativa agli Esami di stato: ironia ampiamente meritata.

E fino a qui, siamo tutti d’accordo; tanto che qualche giorno fa ho fatto notare il caos creato dal capitolo delle “Abrogazioni” che chiude il decreto sulla valutazione recentemente approvato dal Governo.

Ma ad un certo punto, come spesso capita a chi vuole passare dall’ironia all’argomentazione seria, Gian Antonio Stella sbaglia mira, e se la prende con la “scuola militante”:

“Si dirà: non sono testi per gli studenti ma per gli specialisti. Al massimo per i professori. Sarà… Ma una scuola che ai suoi massimi vertici scrive in questo modo ottusamente burocratico come può poi avere un linguaggio diverso nelle aule? Quando mai correggerà, una scuola così, un alunno convinto che l’uso di «attizio», «attergare», «obliterare», sia un segno di preparazione, diligenza, profondità culturale?

E qua anche la stella di Stella smette di brillare, perché nelle aule – inevitabilmente – il linguaggio è diverso e da decenni anche gli insegnanti ironizzano sul linguaggio ministeriale (utilizzato nei documenti burocratico-gestionali, ma spesso anche in quelli didattici: e non solo a Roma, ma anche in periferia).

Non so se nella critica di Stella vi sia un richiamo al recente documento dei 600 docenti universitari, secondo i quali la scuola non insegna più a scrivere; può essere che un nesso vi sia (anche se non esplicitato): ma questa (dei giovani e la scrittura/lettura) è una questione seria, che non può essere affrontata con l’ironia o con la satira (anche se in Italia, ormai, i comici hanno assunto un ruolo fondamentale).

E del resto, se liberassimo gli articoli di giornale dalle ridondanze retoriche di cui sono infarciti i commenti e dalle opinioni che ingarbugliano le cronache e confondono i fatti, cosa resterebbe?

E allora, cominci Stella ad ironizzare sui suoi colleghi (e non solo sui documenti emanati dallOrdine dei giornalisti, ma sugli articoli scritti dai giornalisti veri).

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