Insegnare la storia, imparare la storia, conoscere la storia.

La storia, tra insegnamento e apprendimento.

Interessante intervista, su La stampa del 21 aprile u. s., al prof. Luciano Canfora sul tema dell’insegnamento della storia: non all’Università, ma a scuola (forse con un’attenzione particolare per le Superiori).

La premessa ci viene ricostruita da un articolo di Mattia Feltri (sempre la Stampa).

Mattia Feltri per ‘la Stampa

«A scuola studiamo gli assiri e i babilonesi e poi accendiamo la tv e ci accorgiamo di non sapere nulla di quello che succede in Siria o in Medio Oriente». Lo ha detto Bernard Dika, presidente del parlamento degli studenti di Toscana, al ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli.

Dika è molto stupito (come lo eravamo noi a nostri tempi) che i programmi di storia si fermino alla Seconda guerra mondiale, di modo che ai ragazzi è impedito di comprendere i fatti della contemporaneità. Un ministro avrebbe chiarito a Dika che la scuola non spiega ai ragazzi la contemporaneità (quello lo fanno tv e giornali, e se non ci si fida di tv e giornali ci sono approfondimenti a migliaia su Internet, o addirittura nelle biblioteche e nelle librerie) ma piuttosto gli dà le basi necessarie per comprenderla.

La scuola non informa, istruisce. Quindi meno babilonesi e più attualità è una sciocchezza, perché se non si studiano i babilonesi non si capisce il Medio Oriente di oggi, se non si studia Odino non si capiscono nazismo e razzismo, se non si studia Pericle non si capiscono i fondamenti della democrazia, se non si studia Giustiniano non si capisce il diritto come scienza umana dell’Occidente.

Questo avrebbe detto un ministro, e non importa se senza laurea, purché con un’idea del proprio ruolo. Invece Fedeli si è molto complimentata con Dika e ha promesso di interessarsi alla modifica dei programmi: meno babilonesi e più attualità. È che un ragazzo ha il diritto di essere un ragazzo, mentre un ministro ha il dovere di essere un ministro.

Luciano Canfora, in un’intervista, riprende la questione

“CARA MINISTRA NON BUTTIAMO A MARE I SUMERI” (Elisabetta Pagani per la Stampa)

 La storia insegnata a scuola si ferma spesso poco più in là del Secondo conflitto mondiale, arrivando al massimo a lambire la Guerra Fredda. Gli studenti, ciclicamente, se ne lamentano: troppa attenzione sul passato, col risultato di escludere la contemporaneità e rendere difficile la comprensione del presente. (…)

 Limitare – non cancellare – lo studio degli Assiri, come auspica lo studente, per dare spazio alla seconda metà del Novecento e a quello che succede da quelle parti oggi, la guerra in Siria? «È una contestazione che si sentiva già nel ’68», premette Luciano Canfora, filologo classico e storico antichista, con un occhio sempre vigile sulle vicende del presente, «e per citare un personaggio molto caro a quell’epoca, il presidente Mao, rispondo che la storia non si può tagliare a pezzi, non si può mutilare».

(Continua la lettura, link)

Commenti (brevi):

  1. Mattia Feltri è un giornalista, non so se sia un insegnante di Storia e se conosca gli studenti e il mondo della scuola; probabilmente no, vista la serie di dabbenaggini che mette in fila. Purtroppo il giornalismo italiano ha le sue colpe nel degrado della scuola, legate alla presunzione e alla gratuità dei commenti.
  2. Il prof. Canfora, a mio avviso, conosce certamente bene la Storia, ma sembra conoscere meno approfonditamente il mondo della scuola (che, tra l’altro, non è fatto solo di licei e liceali); e quindi, sa certamente cosa significa insegnare la Storia all’università, ma dà l’impressione di non essere pratico di insegnamento alle superiori.
  3. Che la conoscenza della storia sia importante per capire il presente, è certo; ma questa resta un’affermazione di principio, quando non si fanno i conti con la realtà; e la realtà è fatta di: a. un monte ore di lezione già sufficientemente pesante; b. un numero spesso eccessivo di materie insegnate; c. programmi sovradimensionati; c. libri di testo che non educano alla sintesi.
  4. E i docenti? Sono adeguatamente preparati e formati? E motivati?
  5. In questo marasma generale si muovono gli insegnanti: tra professoroni universitari che sanno tutto; libri monumentali che intimidiscono e apparati ricchissimi che smorzano ogni volontà di ricerca; curricoli sovradimensionati, in una scuola in cui si fanno (giustamente) tante cose; il tutto in un mondo sempre più complesso e veloce, con strumenti di comunicazione e di informazione che massimizzano la difficoltà di decodificazione.
  6. E in questo caos tutt’altro che calmo, c’è chi pensa che si debba studiare la storia come cinquant’anni fa.

Le domande da porsi (periodicamente) per insegnare con efficacia la Storia (a scuola):

  1. Perché si studia e si insegna la Storia a scuola?
  2. Quale spazio deve occupare lo studio della Storia, nel complesso delle discipline che uno studente deve affrontare?
  3. Cosa deve sapere un giovane, del passato, per orientarsi nel presente?
  4. E poi: quante e quali conoscenze e abilità sono necessarie per sviluppare le competenze? (E non entro nel merito delle competenze).
  5. Quale spazio deve essere riservato (e con quale scopo) alla ricerca storiografica?
  6. Come deve essere strutturato un testo scolastico di Storia per le superiori?
  7. Quale la funzione degli apparati on line, degli ipertesti e della multimedialità?
  8. Considerata l’improbabilità che venga aumentato il monte ore di lezione dedicato all’insegnamento della Storia, cosa si può realisticamente fare con l’orario attuale?

Sì, lo so, è tutta roba vecchia. Ma qua non si fa un passo avanti.

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