Il merito e il Bonus: come valutare i docenti?

La valutazione dei docenti.

valutazione-docenti

Il governo Renzi, la ministra Giannini e la maggioranza che li ha sostenuti (per altro simile a quella che sostiene il governo Gentiloni e la ministra Fedeli) hanno pensato di risolvere facilmente un problema complesso, quello della valutazione dei docenti.

Un tema, questo, all’ordine del giorno di molti governi  e citato in molti accordi sindacali, e forse per questo mai risolto: ovvero, citato negli accordi sindacali perché potesse essere risolto solo per via sindacale, cioè o mai o in modo sostanzialmente autoreferenziale.

La L. 107 ha previsto:

  1. un investimento finanziario per il bonus;
  2. una fase transitoria in cui le scuole, attraverso un Comitato di valutazione, elaborano dei criteri; a questa fase transitoria corrisponde una fase di monitoraggio, per arrivare a definire dei criteri su base nazionale;
  3. l’assegnazione del Bonus da parte del Dirigente scolastico, sulla base de criteri individuati dal Comitato.

Che nel Paese si sarebbe creata una iniziale differenziazione di condizioni e di modalità applicative, era abbastanza prevedibile e anche giusto, considerata l’autonomia di cui godono le singole istituzioni scolastiche (quando le scuole vogliono esercitare l’autonomia). Ma il problema non è questo; qual è, allora?

Il problema è che viviamo in un Paese strano, in cui sono strani i politici, i giornalisti e l’opinione pubblica (restando in tema di scuola); un Paese che periodicamente reclama la meritocrazia, ma poi non ne accetta né gli strumenti né le conseguenze.

Strumenti: gli strumenti sono di vario tipo, ma non possono essere solo autocertificativi; ci devono essere anche elementi documentali (tipo il portfolio delle attività svolte), le osservazioni esterne, l’opinione degli studenti e delle famiglie, il processo documentato di aggiornamento culturale e didattico.

Per capire la difficoltà nella selezione e applicazione degli strumenti di osservazione e valutazione, basti pensare che per anni il governo non è riuscito nemmeno a far svolgere serenamente le prove Invalsi alle scuole (e parlo soprattutto delle superiori, dove il boicottaggio è stato più significativo) e che ancora oggi sono molte le scuole che non utilizzano le rilevazioni (perché non vogliono o perché non sanno leggere i dati); e spesso la stampa ha sostenuto e fatto da eco alla protesta anti-Invalsi, ma contemporaneamente ha utilizzato i dati Invalsi e Ocse-Pisa con clamore (e spesso in ritardo) per denunciare il malfunzionamento della scuola italiana.

Conseguenze: le conseguenze della meritocrazia sono che non tutti i docenti meritano di essere premiati e non tutti possono essere premiati, perché la anche la meritocrazia non è democratica; altrimenti si chiamerebbe “distribuzione a pioggia”.

Oggi, quindi, questa via non solo è poco praticabile, ma genera effetti perversi e demotivanti.

Allora, come si può fare?

Secondo me:

  1. è molto più semplice e produttivo individuare ed eliminare le mele marce, piuttosto che selezionare le mele buone tra tipologie diverse; ma quest’operazione è difficilissima per vari motivi, riducibili sostanzialmente a tre: a. i Dirigenti non se ne assumono a responsabilità; b. una mela marcia troverà sempre un sindacato che la difende; c. ci sarà sempre un Tar che dà torto alla scuola e ragione alla mela marcia. Quindi in questo settore c’è molto da fare.
  2. La selezione si fa in ingresso: gli insegnanti migliori non si selezionano con i megaconcorsi nazionali; in questo caso, ci aiuta il No al recente referendum, che mantiene in vigore un forte regionalismo scolastico: quindi basta applicare fino in fondo il Titolo V° della Costituzione vigente e le sentenze della Consulta (chissà se, questa volta, i “difensori della Costituzione” ne chiederanno l’applicazione integrale, o faranno finta di nulla, come negli anni scorsi);
  3. ai migliori, poi, bisogna offrire una carriera, non un bonus estemporaneo e precario (che un anno c’è e un anno non c’è). Oltre tutto lo spazio c’è, perché le scuole hanno bisogno di una leadership intermedia, e questa potrebbe costituire uno dei percorsi di carriera; poi ci sono competenze specifiche (es. disabilità e dsa-bes, alternanza scuola-lavoro, orientamento in uscita, innovazione didattica, formazione degli adulti/stranieri) che possono diventare professionalità stabilmente riconosciute e valorizzate.
  4. Ultimo, ma ovviamente non ultimo: va valorizzata la professionalità del docente che insegna tutti i giorni (e che tutti i giorni si sottopone alla valutazione degli studenti e delle famiglie): a partire da una autentica valorizzazione economica. Ma per fare questo bisogna avere le idee chiare: a. assumere tutti e solo gli insegnanti che servono (per essere chiaro: non assumere quelli che non servono); b. riequilibrare la distribuzione dei docenti nella varie aree territoriali (es. sostegno); c. non gonfiare gli organici per creare posti di lavoro; d. creare curricoli compatibili e credibili (per monte ore settimanale e materie di studio).

E’ evidente che un processo di questo tipo non si svolge in un anno, ma richiede una progettazione a scadenza medio-lunga.

Il Ministro Berlinguer aveva iniziato un percorso nel 1998, interrotto bruscamente per l’opposizione sindacale; da allora sono passati vent’anni, e nulla è stato più fatto in modo organico.

Quindi bisogna riprendere un percorso serio sulla base di una progettazione lungimirante, ma nessuno riuscirà ad iniziare questo percorso se non si comincerà con un’analisi spregiudicata (cioè priva di pregiudizi) dell’operato dei ministri Berlinguer, Gelmini e Giannini.

Poiché tornare a prima di Berlinguer, Gelmini e Giannini è impossibile, bisogna capire come andare avanti: quali obiettivi e quali strade per quale scuola.

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