Scuola, educazione, guerra e terrorismo.

I fatti di Parigi entrano a scuola. Come?

Dopo i recenti fatti di Parigi – ma la questione si era già posta con le vicende di Charlie Hebdo – molti insegnanti si chiedono “come” parlare di questi problemi ai giovani.
Se ne vedono di tutti i colori (i social aiutano ad avere una panoramica delle proposte didattiche), ma in linea di massima mi pare che manchi innanzitutto l’identificazione dell’obiettivo.
Con quale obiettivo dobbiamo parlare agli studenti del terrorismo islamista e delle guerre che potrebbero seguirne, di quelle che ci sono state e di quelle in atto?
Ovviamente gli obiettivi variano in base all’età degli studenti, e non penso solo ai grandi cicli della primaria, della scuola media e della scuola superiore; anche alle superiori, infatti, un conto è parlare ad un ragazzo di Prima, un conto ad uno di Terza e un conto ad uno di Quinta.
A questo proposito, il garante per l’infanzia ha proposto quattro modalità di intervento, sulle diverse fasce d’età, che non è sbagliato prendere in considerazione. (http://www.tecnicadellascuola.it/item/15566-il-garante-per-l-infanzia-indica-quattro-esempi-per-spiegare-il-terrorismo.html)

Anche in questo, come in altri casi, io non credo che compito primario della scuola sia quello dell’informazione, ma piuttosto quello di aiutare i giovani a entrare in contatto con la contemporaneità in modo tale da potersi inserire nella società con consapevolezza.
Per questo io direi che nell’affrontare con i ragazzi gli eventi legati al terrorismo esploso in questi mesi, sia necessario perseguire contemporaneamente almeno quattro obiettivi, sia pur generici:
1. informare sulla complessità delle situazioni, partendo dai dati di fatto, talvolta dai pretesti;
2. dare fiducia sul futuro;
3. rafforzare un’identità;
4. cercare prospettive e soluzioni.

Informare.
Come ho detto, l’obiettivo primario della scuola non deve essere necessariamente quello dell’informazione; anzi, credo che in alcuni casi diventi necessario glissare (che non vuol dire annullare) ad esempio sull’informazione relativa alle atrocità dei fatti; e in ogni caso, anche “semplicemente” fare informazione richiede l’uso di una strumentazione linguistica e culturale specifica, per non indurre a letture preimpostate e quindi finalizzate.
Come si sa, una parte della pubblica opinione, in questi anni favorita dall’uso dei social network (e qua sì, ci aiuta U. Eco e il suo ragionamento sugli imbecilli che popolano facebook), ha assunto una atteggiamento nettamente apocalittico, antioccidentale e, in particolar modo, antiamericano e antiisraeliano.
Tutto questo fa parte del nostro tempo, come l’antiberlusconismo, l’antirenzismo e il NoTutto che vediamo in giro.
Ma non è detto che chi è “contro” (la violenza, la guerra, la miseria, la povertà…) svolga necessariamente una funzione sociale positiva; si sa, infatti, che in nome di principi purissimi e bellissimi si sono compiute autentiche nefandezze.

Oltre tutto, favorite dalla circolazione di una massa di informazioni per lo più di oscura origine e scarsa attendibilità, molte persone pensano di avere – o di avere trovato – le informazioni corrette su molte questioni (economiche e finanziarie, militari, sanitarie ecc.), quelle informazioni che rivelerebbero una verità inconfessabile che il Potere (appunto economico-finanziario e militare) vuole ovviamente nascondere al popolo.
Su questa base qualcuno pensa di fare un’operazione di verità offrendo come verità “rivelazioni” di fatto faziose e certamente parziali (vale a dire: incomplete e di parte).

Per questo – ecco il primo punto – bisogna parlare ai ragazzi senza la pretesa di avere una verità e di offrire l’unica spiegazione della questione.
In questo caso, informare significa aiutare i ragazzi a capire la complessità e la stratificazione delle questioni che certamente rivestono un carattere economico e di potere, ma si fondono con questioni culturali e religiose e con gli interessi più o meno legittimi di tanti popoli e di tanti stati.
Bisogna anche, a mio avviso, evitare di trasmettere l’idea che l’Occidente debba pagare per azioni (crociate, guerre e colonialismo) che si sono svolte nel passato; anche perché, se fosse così, gli ebrei avrebbero da recriminare in eterno solo per quello che hanno subito nel Novecento.
I ragazzi devono essere sereni e felici, per quanto possibile. E la scuola ha anche questo compito: far gestire con serenità le problematiche anche difficili, non generare angoscia.
Informare, dicevo, significa far capire la complessità e la stratificazione storica; le responsabilità emergeranno da sole, senza che sia necessaria la nostra riorganizzazione dei fatti.
Nel caso specifico, significa partire da ciò che è accaduto e razionalizzarlo attraverso una contestualizzazione che metta al margine le atrocità e le storicizzi (e, in qualche modo, le allontani, limitandone l’elemento angosciante, che spesso prende i ragazzi).
In questo caso una carta geografica è davvero indispensabile e serve più di tante parole e di tanti moralismi.
Non solo; credo, ancora, che una lezione precisamente programmata possa addirittura risultare noiosa, motivante più per il docente che la prepara, che per gli studenti obbligati a seguirla.
Io credo che una carta geografica e una rassegna stampa attraverso internet, unite alle capacità estemporanee dell’insegnate di sollecitare domande e cercare risposte, possano costituire gli elementi di una lezione interessante e partecipata.

Dare fiducia sul futuro.
Altro rischio è quello di proporre una visione apocalittica, con un futuro di guerra (dell’Occidente contro gli altri), di terrorismo (degli altri contro l’Occidente) e di paura, con gli islamici alle porte per far fuori i cristiani.
Ma per dare fiducia sul futuro bisogna anche saper inquadrare il presente, e non si può tacere sull’immigrazione musulmana, che spesso crea delle enclaves (o vi viene isolata) dove si genera il fondamentalismo, frutto del disagio e di una falsa integrazione, basata sulla subalternità sociale.
Anche in questo caso è necessario proporre modelli positivi.
Ma ovviamente la scuola può fare poco, se è la politica a diffondere modelli violenti di rifiuto e marginalizzazione del lontano e del diverso.
Contemporaneamente, quindi, è necessario che le istituzioni sappiano dimostrare fermezza, giustizia e solidarietà. E questa è la dimensione di fiducia che la scuola dovrebbe favorire nei giovani: fermezza nella difesa delle libertà e della sicurezza di tutti, giustizia nel dare a ciascuno occasioni di vivere in modo dignitoso e solidarietà affinché chi ha di più aiuti chi ha di meno.

Rafforzare un’identità.
Dico un’identità e non l’identità, perché dobbiamo trovare e favorire l’acquisizione di un’identità nuova, che tutti ci contenga e di cui tutti siano orgogliosi.
L’identità nazionale deve ormai necessariamente completarsi con l’identità europea. Questo è un passaggio molto difficile sia perché il ceto politico è in arretrato con le necessità imposte dall’evoluzione storica e dalle contingenze, sia perché una parte dell’opinione pubblica (enfatizzata anche dai social) ha assunto un atteggiamento di netta diffidenza nei confronti dell’Europa, quasi che non possa più esistere un’Europa diversa dall’attuale.
Eppure i ragazzi hanno una diversa predisposizione (e parlo della maggioranza dei ragazzi semplici e normali, che non assumono posizioni ideologiche o politiche estreme), e sono molto più aperti all’Europa e alla cittadinanza europea, di cui hanno scoperto la novità e la bellezza.
Questa impostazione va nella direzione di immaginare una proposta che guarda avanti, che non limita alla guerra (difensiva, chiudendo i confini; e offensiva, con le bombe), ma offre nuove opportunità di integrazione e nuovi punti di vista.
Ma tutto questo va divulgato, va diffuso: e per farlo bisogna crederci.

Cercare prospettive e soluzioni.
Dal punto precedente si passa agilmente a questo; solo con l’orgoglio di un’identità potremo immaginare un futuro collaborativo con una parte del mondo che sta prepotentemente salendo alla ribalta.
Perciò non dobbiamo accontentarci delle opzioni che sono sul terreno, che per altro vanno esaminate e colte nella loro valenza contingente: ci sono anche altre opzioni, costruttive, di una pace che nasce dalla conoscenza e dal rispetto delle religioni, delle tradizioni e delle storie delle diverse civiltà.
E così torniamo a quell’identità aperta e inclusiva, cioè ai nostri valori di libertà, uguaglianza e fraternità.

Annunci

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...