Un professore che non si lamenta (più di tanto).

Sono un professore che non si lamenta più di tanto
(anzi, direi pochino, anche se mi piacerebbe guadagnare almeno il doppio).

Per i seguenti motivi:
1. faccio esattamente quello che mi piace e, per i motivi che seguono, non cambierei lavoro;
2. sono a contatto con i giovani, con i quali mi pare di avere un rapporto di stima reciproca;
3. non ho un padrone che venga a sindacare il mio operato, anche perché mi pare di fare il mio dovere;
4. sono libero di impostare le mie lezioni, di dire la mia – nelle dovute maniere, per cui, ad esempio, non convincerei mai i miei studenti che le prove Invalsi devono essere boicottate (e adesso qualcuno dirà che non esistono insegnanti così… e invece esistono, ve lo dico io) – e di confrontarmi con l’opinione altrui (studenti e colleghi), e credo che questa libertà nessuno voglia e possa togliermela;
5. mi gestisco il tempo, pur facendo fronte ai miei compiti;
6. è vero che molto spesso passo le domeniche (non sempre) a correggere compiti, ma in fondo è il mio lavoro;
7. è vero che passo molti pomeriggi (non tutti) a preparare lezioni diverse e nuove, ad esempio utilizzando le nuove tecnologie: ma in fondo è il mio lavoro, e preferisco essere aggiornato, piuttosto che ripetere per decenni la stessa lezione;
8. non finisco mai di imparare cose che mi piaccono, mi stimolano, mi incuriosiscono (di storia, di letteratura, di didattica, di tecnologie informatiche, di sistemi scolastici, di vicende umane); se leggo un libro o il giornale, se vado al cinema e al teatro, se studio musica, se imparo canzoni, se frequento i musei e le mostre, se vado a un concerto, per me è “aggiornamento”, perché tutto torna a scuola, in qualche modo;
9. ho relazioni professionali e amichevoli con un gruppo di insegnanti che la pensa come me; le giornate passano tra incontri piacevoli con colleghi (ovviamente non tutti) e con gli studenti (direi tutti);
10. partecipo attivamente alla vita della mia associazione professionale, che mi offre ogni anno occasioni di studio e confronto con realtà internazionali;
11. poiché mi guardo intorno, ho le idee abbastanza chiare sulla scuola e sulla scuola che vorrei, sui sindacati-scuola, sulle varie tipologie di docenti (perché gli insegnanti non sono tutti uguali; noi lo sappiamo come insegnanti e come genitori: e soprattutto noi insegnanti-genitori vorremmo, per i nostri figli, gli insegnanti migliori) e sui politici-giornalisti-giuristi-attori-cantanti che parlano di scuola;
12. poiché so che i genitori e gli studenti valutano i loro docenti ogni giorno (magari prendendo qualche abbaglio, che però, per sua natura, dura poco), non temo la valutazione; e penso che un serio processo di autovalutazione non autoreferenziale (accompagnato da valutazioni esterne e valutazioni comparative) potrebbe di molto migliorare la scuola.

13. Ultimo (ma non ultimo): se posso e se ho voglia e se gli studenti sono affidabili, vado anche in viaggio d’istruzione; è vero che è una responsabilità, che siamo in servizio 24 ore, che non ci pagano la trasferta e che in fondo ci rimettiamo anche economicamente… ma se mi va e gli studenti sono affidabili, ci vado lo stesso, e generalmente mi diverto.

Con queste premesse, non possono piacermi quegli insegnanti che vanno in giro sbattendo le pentole in cerca di Renzi (metafora dell’autorevolezza di tanti altri comportamenti) e credono, così, di fare la rivoluzione.

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