Italianieuropei e scuola: non mancano le parole, manca il progetto.

Italianieuropei, la rivista della Fondazione di D’Alema e Amato, ha dedicato l’ultimo numero alla scuola.

Articoli contraddittori e disomogenei, a dimostrare che alla sinistra non mancano le parole (spesso le stesse di un tempo ormai lontano), mancano i progetti di governo.

Dopo gli interventi di Giulio Ferroni e Graziella Priulla, si trovano i contributi di:

Claudio Giunta, docente di Letteratura italiana a Trento. Sottolinea l’importanza della formazione umanistica, che all’università deve rimanere un sapere specifico; bisogna resistere all’invadenza del sapere scientifico; inoltre bisogna difendere e migliorare l’insegnamento dei classici. L’articolo si conclude con una sferzata di severità: diminuire numero e dimensioni delle facoltà umanistiche (in relazione al mercato del lavoro), più selezione in ingresso o in itinere.

Angelo Gaudio, docente di Storia della pedagogia a Udine. Fa l’elenco delle questioni aperte, in una scuola sempre in via di ristrutturazione e si sofferma sui meccanismi della valutazione.

“Sullo sfondo (delle problematiche aperte nella scuola) si intravedono i limiti di una cultura che oscilla tra rigore proclamato e sbraco quotidiano (…)”.

Marina D’Amato, docente di Sociologia a Roma Tre. “E’ più utile sviluppare qualità per imparare a imparare, o trasferire agli alunni fin dalle elementari conoscenze che rischiano però di diventare obsolete?”: il docente deve insegnare a imparare e lo studente deve imparare a imparare. Ma con quali metodi?

Evidenzia le incongruenze degli interventi della Gelmini (maestro unico, voto di condotta, grembiule) e del corso di laurea in Scienze della formazione primaria.

Sottolinea come si sia passati da un insegnamento che sviluppa potenzialità che predispongono attitudini e quindi competenze, ad un insegnamento sbilanciato sul versante delle scienze esatte e delle competenze pratiche (nozioni utili).

Franco Bentivoglio, docente di Storia e filosofia in un Liceo scientifico a Pisa. Lamenta lo sviluppo della società globale e di una conseguente mentalità aziendalistica.

Afferma che dobbiamo esigere la scuola ispirata ai principi dell’Ottantanove (aggiornata all’orizzonte storico attuale). Ma quella scuola (democratica) non c’è più dagli anni Novanta.

Mette sotto accusa l’autonomia scolastica e il passaggio dalla “scuola per programmi e materie” alla “scuola per progetti”; anche il localismo (cioè il legame tra scuola e territorio) ha assoggettato la scuola ai poteri locali; negative anche le procedure di valutazione (comparativa, sembra di capire).

Quindi la stagione delle riforma ha peggiorato la condizione della scuola: “questo è il vero volto della tanto decantata autonomia”.

Ironizza con la scuola che si propone di portare tutti al successo formativo.

E adesso la proposta:  a. la scuola deve darsi un asse storico, storicizzando tutti gli insegnamenti; b. mantenimento dei tre ordini; ogni ciclo deve concludersi con un esame di stato (esaminatori esterni); c  spazio all’educazione fisica.

Questa non è una proposta di riforma, ma di restaurazione; e per di più, di restaurazione di un modello scolastico che (dopo una spinta egualitaria, esauritasi alla fine degli  anni settanta) ha fossilizzato le ingiustizie sociali, illudendo i ceti meno abbienti e premiando i ricchi.

Alessandro Catelani, docente di Istituzioni di diritto pubblico a Siena. Sottolinea l’impportanza di un rapporto tra pubblico e privato.

Daniele Checchi (Docente di Economia politica a Milano) e Elena Meschi (Ricercatrice in Economia a Ca’ Foscari). Mettono in evidenza la connessione del possesso di competenze con tre aspetti della vita: età, ambiente familiare, istruzione. I dati dimostrano che anche la partecipazione sociale, la soddisfazione per la propria condizione e la salute sono correlati al livello di competenze possedute.

Il possesso di competenze più elevate aiuta ad aumentare le possibilità di trovare lavoro anche a parità di altre condizioni individuali (età, livello di istruzione, livello di istruzione del padre, regione di residenza…).

Silvano Tagliagambe, direttore del progetto “Scuola digitale” della Regione Sardegna. Per rendere significativi i processi di insegnamento e apprendimento, bisogna creare “ambienti di apprendimento” adeguati e aggiornati, integrando realtà fisica e realtà virtuale: in questo contesto diventa utile la LIM.

Le moderne tecnologie potenziano l’aspetto della decostruzione dell’informazione, ma questo può generare dispersione e mancanza di sistematicità; ad evitare questi effetti negativi, servono gli ambienti di apprendimento, che creano un “tessuto relazionale” che deve consentire:

  1. Ricercare e selezionare le informazioni in un contesto iperinformato;
  2. Perseguire obiettivi, secondo strategie diversificate;
  3. Comunicare, esprimersi, ascoltare;
  4. Sapersi confrontare con gli altri;
  5. Affermare e confutare tesi attraverso logiche;
  6. Lavorare in gruppo.

Giorgio Allulli, Presidente del comitato di valutazione del sistema scolastico trentino. Approfondisce il tema della valutazione, rilevandone aspetti positivi e criticità. “La valutazione ha senso se costsituisce uno strumento al servizio di un approccio strategico al governo e alla gestione dei servizi pubblici. Quattro le fasi di lavoro: progettazione, sviluppo, valutazione, revisione degli obiettivi.

 

 

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