La scuola secondo Giulio Ferroni: una scuola che teme il futuro. E il presente.

Italianieuropei (la rivista di Massimo D’Alema e Giuliano Amato),

dedica l’ultimo numero alla scuola: “Ripartire dalla scuola”.

L’intervento di apertura è di Giulio Ferroni, docente di Letteratura italiana alla Sapienza di Roma.

L’articolo di Ferroni va sul generico e sul tradizionale: contrappone ad una visione della scuola che valorizza la novità dei “nativi digitali” e della “didattica delle competenze”, una visione più tradizionale, che punta sulla fisicità del sapere, anziché sulla virtualità.

Il professore diffida della tecnologia e della rincorsa all’attualità, e sottolinea il ruolo dei saperi tradizionali, delle metodologie tradizionali, della persistenza e dei valori.

“La scuola è ancora, nonostante tutto e tra tante falle, luogo di resistenza della democrazia”; mentre la scuola dei nativi digitali e delle nuove tecnologie sarebbe la scuola del consumismo, e sta fallendo insieme a questo modello di sviluppo, per cui bisogna – secondo il prof. Ferroni – ritornare alla solidità dei valori.

Ma dove sta scritto che la crisi di questo modello di sviluppo ci farà ricadere in un modello superato, piuttosto che in un nuovo modello che assorbe e migliora il presente?

Insomma, l’articolo ci mostra il modello di scuola di un docente universitario di sinistra; al quale, forse, sfugge la scuola reale, che è fatta innanzitutto di studenti che vivono in contesti determinati che stanno all’origine di molte autentiche discriminazioni (anche a livello scolastico).

Una scuola con una dispersione intollerabile e con una connessione fatiscente con il mondo del lavoro, con livelli mediamente bassi di apprendimento e con differenze territoriali intollerabili non può continuare a porsi come fondamentale il tema della salvaguardia delle metodologie e dei saperi tradizionali.

Al contrario, deve trovare saperi, metodi e linguaggi per parlare a quelle migliaia di giovani che sta perdendo, anzi, che sta colpevolmente allontanando dal sapere e dall’istruzione.

In effetti, però, a guardare i volumoni di storia e antologia della letteratura che questi illustri docenti universitari producono per la scuola superiore, si capisce a quale modello di scuola si riferiscono, e si capisce anche perché la scuola non è più un punto di riferimento delle giovani generazioni.

Quando leggerò qualche altro intervento (pubblicato in questa rivista), ne darò una sintesi (con breve commento)

 

 

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