Valutare gli apprendimenti per migliorare la scuola.

  • Boicottare le prove Invalsi per migliorare la scuola?
  • Le prove Invalsi come strumenti di analisi: da provare, migliorare e infine superare per adottare strumenti più adeguati (una volta trovati).

Il 10 maggio dovrebbero svolgersi, per la prima volta in Italia, le prove Invalsi nelle seconde classi della scuola superiore.

Si tratta di un’analisi comparativa, condotta sia a livello di campione, sia a livello censuario, ovvero tra tutti gli studenti. Per quest’anno la prova riguarda la lettura e la matematica, e inoltre vi sarà un’analisi attenta dei contesti socioculturali in cui si trovano ad operare gli studenti, per valutare il rapporto tra condizioni di partenza ed efficacia del processo di insegnamento-apprendimento.

Niente di nuovo, in verità, sul fronte internazionale, poiché simili prove comparative sono già “a sistema” in molti paesi, e in fondo anche l’Italia ha ri-conosciuto il valore di queste analisi quantitative e qualitative, partecipando alle prove OCSE-PISA, con consapevolezza  – e senza contestazioni – al punto che all’ultima edizione, del 2009, hanno partecipato anche tutte le regioni italiane, proprio per essere valutate e per avere i dati su cui impostare le iniziative di miglioramento.

Quindi, dovremmo dire “finalmente anche l’Italia va in questa direzione”, poiché dopo l’analisi del campione e dell’intera popolazione, ogni scuola avrà una serie di dati oggettivi per valutare il proprio operato, oltre che per esaminare le caratteristiche delle stesse prove somministrate agli studenti. Qui dovrebbe innanzitutto manifestarsi l’autonomia scolastica: nella capacità di valutare e migliorare la propria attività; e si sa che le scuole oggi non hanno strumenti validi e comparabili di misurazione (gli stessi voti hanno un valore al Nord e un valore diverso al Sud; ma anche all’interno di ogni singola scuola, spesso); oltre tutto, questa misurazione è un “dovere costituzionale” dello Stato, che deve garantire i livelli essenziali delle prestazioni in tutto il Paese.

Eppure in questi giorni vi sono alcune componenti sindacali che stanno organizzando il boicottaggio delle prove; le motivazioni su cui si basa la battaglia non sono facilmente smontabili, perché spesso nascono da pregiudizi ideologici, dalla scarsa conoscenza di ciò che accade nel mondo e da una volontaria e ostentata sottovalutazione della portata scientifica e culturale dell’operazione messa in atto; in realtà, il merito della questione c’entra solo in parte, perché alla base del rifiuto c’è un pregiudizio anti-Gelmini e anti-Berlusconi, per cui ogni iniziativa indirizzata contro il governo sembra un’iniziativa positiva.

Ma il boicottaggio delle prove Invalsi è un’iniziativa che va contro il governo? Ovviamente la Gelmini va contestata per le caratteristiche complessive del suo intervento, ma la critica non può diventare un’ossessione, tale da ritorcersi contro la scuola e contro il diritto degli studenti (e della società) di avere una scuola che funziona.

Io credo che in questo caso, come in altri, i promotori del boicottaggio stiano prendendo un grosso granchio e di fatto stiano dando vita ad un’iniziativa che avrà ricadute negative sugli studenti (cioè sulla qualità dei loro apprendimenti) e sulla professione docente, a partire dalla “considerazione sociale”.

Dopo avere creduto per anni che la scuola italiana fosse democratica perché consentiva a tutti di entrare, abbiamo dovuto prendere atto (grazie alla analisi OCSE-PISA: programma internazionale di valutazione delle competenze del quindicenni) che il sistema scolastico italiano è rimasto fortemente classista, perché fornisce preparazioni scolastiche fortemente differenziate: meglio al centro-nord che al sud; meglio i licei, rispetto a tecnici e professionali: e con differenze abissali. Ciò non significa che la scuola del sud sia sempre peggiore di quella del nord, né che i licei siano sempre migliori dei tecnici e dei professionali; accertato che le differenze in uscita sono profonde – e dovrebbero farci riflettere su livello di ingiustizia esistente in Italia, e che la scuola non è riuscita ad eliminare – i dati dell’OCSE ci forniscono anche gli strumenti per valutare il “valore aggiunto” delle scuole, ovvero la capacità delle scuole di intaccare le ingiustizie sociali di contesto, e far fare importanti passi in avanti agli studenti.

Ma queste osservazioni devono nascere da una studio analitico scientificamente impostato, cioè non improvvisato e non autoreferenziale; e come si sa, “scientificamente impostato” non significa “oggettivamente valido per oggi e per sempre”, ma elaborato sulla base di protocolli testati e sperimentati, e validi fino a prova contraria.

Ecco perché le prove Invalsi saranno certamente utili: perché daranno a ogni scuola e a ogni docente del materiale utile per esaminare ciò che è stato fatto e come, e per sapere come si colloca rispetto ad altre realtà: dalle attività di valutazione dei dati emersi – attività svolte dalle scuole stesse – nasceranno le strategie di miglioramento.

Inoltre i decisori politici avranno informazioni utili per impostare la loro politica scolastica E’ questa un’operazione “in sé” di destra, della Gelmini o di Berlusconi? Direi proprio di no, a me pare un’operazione necessaria, nel senso che auspicabilmente anche un ministro di sinistra dovrebbe promuovere un progetto per la valutazione degli apprendimenti, dei docenti e delle scuole: proprio per valorizzare e migliorare la scuola pubblica, ed evitare che diventi strumento di fossilizzazione delle ingiustizie sociali.

Dopodiché la politica scolastica può essere buona o cattiva, ma questo è un piano diverso, che si risolve vincendo le elezioni.

Insomma: per migliorare la qualità del servizio offerto agli studenti (e alla società nel suo complesso) dobbiamo svolgere queste analisi; senza mitizzarle (perché un giorno saranno sicuramente superate: ma prima bisogna usurarle), ma anche senza snobbarle, proprio perché oggi non abbiamo altri strumenti di analisi.

I docenti stessi hanno tutto da guadagnare da un sistema trasparente di autovalutazione e valutazione esterna; e innanzitutto possono guadagnare in credibilità professionale, uscendo dall’autoreferenzialità corporativa, che ha contribuito a ridurli ai minimi termini come considerazione sociale.

E’ proprio una questione di professionalità, e i professionisti non temono di mettere a confronto le loro competenze e il loro aggiornamento.

E’ pur vero che esiste una componente di docenti che preferisce una posizione impiegatizia, fatta di paga bassa ma fissa, pochi controlli, nessuna valutazione; ma questa prospettiva è ormai senza sviluppo.

Dobbiamo tutti augurarci che il dibattito sul futuro della scuola non sia tra la Gelmini e i Cobas: la prima per tagliare i finanziamenti, i secondi per distribuirli a pioggia e in aumenti di personale, senza alcuna verifica sull’efficacia della spesa.

Anche perché i risultati dello scontro tra la politica dei tagli e quella delle proteste velleitarie sono sotto gli occhi di tutti.

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