Pisa 2009: ripresina della scuola. Tutto bene, perciò?

Pisa 2009: ripresina della scuola. Tutto bene, perciò?

 

In Italia la cultura delle “verifiche empiriche” e della loro valutazione per trarne dei comportamenti di miglioramento è ancora molto superficiale, soprattutto tra i politici: lo si vede benissimo in campo scolastico, infatti ogniqualvolta escono delle indagini (nazionali o internazionali) si scatenano le interpretazioni pregiudiziali e di parte, del governo e dell’opposizione.

E’ accaduto anche recentemente per i dati dell’indagine PISA 2009 e per una ricerca sullo stato della scuola italiana, commissionata dalla Cisl.

I dati OCSE-PISA mettono in evidenza, di fatto, una ripresina dell’Italia, nelle competenze di lettura, matematica e scienze: il governo ha letto i risultati come il frutto della sua attività, il PD nega che il merito sia del governo, i sindacati attribuiscono il merito al personale, la Repubblica attribuisce i risultati – ancora insoddisfacenti – alle scuole private.

Tutte valutazioni parziali, ovviamente; ma non intendo contestare quelle valutazioni, quanto considerare i fatti. Questa ripresina, in effetti, merita qualche approfondimento.

Certamente i nostri quindicenni hanno dato prove migliori che nelle passate edizioni (nel 2003 e nel 2006 c’era stato un progressivo peggioramento della collocazione italiana sulla scala internazionale), tanto è vero che abbiamo quasi raggiunto la collocazione che avevamo nel 2000.

Ma la realtà italiana mantiene alcune caratteristiche negative, che nessuno è riuscito a scalfire:

1. abbiamo una scuola fortemente differenziata sul piano territoriale, con un Nord che si colloca a livelli positivi (sopra – talvolta anche in modo sensibile – la media dei paese OCSE) e un centro-sud che si colloca molto in basso (anche la Puglia, che evidenzia una buona ripresa, si colloca però complessivamente appena sopra la media italiana ma sotto la media Ocse);

2. continuiamo ad avere un sistema scolastico fortemente classista, nel senso che la formazione scolastica è nettamente migliore nei licei e nettamente peggiore nella formazione professionale regionale (in tutte le aree geografiche); e i licei sono frequentati dai figli della buona borghesia; del resto una recentissima indagine di AlmaDiploma mette in evidenza la relazione tra la tipologia di frequenza scolastica e il successo scolastico con il livello culturale delle famiglie. Insomma abbiamo scuole di serie A (licei), B (tecnici),C (professionali), D (formazione professionale regionale): e sia chiaro, questa è la “scuola italiana”, non la “scuola della Gelmini”.

3. per quanto riguarda il Nordest, bisogna segnalare che continua il declino (è la presenza di molti immigrati? o di molte scuole tecniche e professionali del Trentino? è la formazione professionale privata?), mentre ad esempio la Lombardia segna un forte miglioramento delle prestazioni. Insomma, siamo in presenza di un miglioramento complessivo, ma esso è lento, disomogeneo territorialmente e socialmente, e non sappiamo ancora quanto sia “strutturale”.

In quanto alle cause di questa ripresina, io credo che certamente sia in atto una ricaduta positiva – nella scuola – della pratica delle valutazioni (internazionali con PISA e nazionali con l’INVALSI), per cui confronto con altre realtà educative ha costituito uno stimolo al miglioramento.

L’idea che la valutazione “esterna” sistematica dei risultati dell’attività di insegnamento-apprendimento e il confronto con realtà e sistemi diversi possano essere utili al miglioramento complessivo, è evidenziata anche dalla recente indagine commissionata dalla Cisl, dalla quale si evince che la maggioranza dei docenti chiede percorsi di valutazione e premialità per i docenti migliori, pur rifiutando una selvaggia “concorrenza” tra istituzioni scolastiche.

In conclusione, si conferma quanto si sapeva:

1. bisogna affrontare il divario territoriale (creatosi e approfonditosi all’interno di un sistema statale molto centralizzato), individuando nuovi percorsi per responsabilizzare le realtà di governo territoriale (decentralizzazione e federalismo fiscale) e realizzando una vera autonomia scolastica;

2. bisogna uscire dalla vecchia logica secondo cui una scuola è democratica se tutti possono accedervi, per stabilire un nuovo principio: la scuola è davvero democratica quando permette a ciascuno di ottenere una formazione coerente con le proprie potenzialità ed aspettative, quindi bisogna personalizzare l’insegnamento (evitando classi troppo numerose) e sconfiggere le diseguaglianze di partenza;

3. bisogna attivare meccanismi di autentico riconoscimento economico e sociale dei docenti, individuando i processi di valutazione e miglioramento delle prestazioni. Ovviamente, se si vuole una scuola migliore è assurdo ridurre gli investimenti, mentre è necessario eliminare gli sprechi e qualificare la spesa. Oggi come oggi, invece, il governo ha ridotto gli investimenti, mentre l’opposizione sembra contraria all’eliminazione degli sprechi. Il problema vero, quindi, è quello delle scelte della classe politica. E c’è poco da stare allegri.

Annunci

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...