Scuola, valutazioni internazionali, Italia.

La scuola italiana nelle valutazioni internazionali e la pochezza dei politici

In questi giorni sono stati resi pubblici i risultati del Rapporto Ocse 2010 sull’istruzione, che analizza e mette a confronto i sistemi scolastici di alcuni importanti paesi (i dati si riferiscono al 2008).

Poiché i risultati hanno messo in evidenza, ancora una volta, le falle del sistema scolastico italiano, abbiamo assistito allo scambio di reciproche accuse tra partiti di opposizione e partiti di governo.

Prima di mettere in evidenza i risultati salienti dell’indagine, bisogna dire che essa non riguarda la “scuola della Gelmini”, ma un periodo precedente al suo arrivo (2008), e per altro non si può dire che riguardi la “scuola di Fioroni” o quella della Moratti o di De Mauro o di Berlinguer: ministri che hanno fatto cose anche importanti, ma smantellate o svuotate dal ministro successivo (come del resto è accaduto nei decenni precedenti: l’Italia è il Paese delle riforme annunciate e subito “bruciate”).

Insomma: sotto accusa è il sistema scolastico italiano frutto di scelte consociative, non questo o quel ministro.

Detto questo, prendiamo in esame qualche risultato.

Innanzitutto la conferma che non stiamo messi bene, nelle graduatorie internazionali: né come preparazione degli studenti (ma tra qualche mese avremo i risultati del PISA 2009), né come adeguamento agli standard europei. Rapporto alunni/docenti.

In quanto al rapporto del numero di alunni per insegnanti l’Italia raggiunge il 10,6 nella primaria, il 9,7 nella scuola media e l’11,8 nella scuola secondaria superiore. La media Ocse è di 16,4 alunni per docente nella primaria, di 13,7 nella scuola media e di 13,5 nelle superiori.

Alunni per classe. Anche il numero di alunni per classe era (nel 2008) tra i più bassi: l’Italia aveva un numero medio di alunni per classe di 18,6 nella primaria e di 20,9 nella scuola secondaria di I grado. La media Ocse è di 21,6 nella primaria e di 23,7 nella media. La spesa (complessiva e per studente).

L’Italia spende poco, per la scuola, in relazione al reddito complessivo: il 4,5% del PIL, contro una media Ocse del 5,7%, e l’80% della spesa corrente è assorbito dal personale, docente e non, contro il 70% medio nell’Ocse. Eppure la spesa cumulativa per uno studente dalla prima elementare alla maturità è di 101mila dollari, superiore alla media OCSE, che si attesta sui 94.500 dollari.

Ore di istruzione. In italia le ore di istruzione previste tra i 7 e i 14 anni sono 8.200, contro una media Ocse di 6.777. Gli insegnanti.

Gli insegnanti sono pagati meno della media, soprattutto ai livelli più alti di anzianità. Un maestro inizia con 26mila dollari e alla fine della carriera arriva a 38mila (media Ocse 48mila). Un professore di scuola media parte da 28mila e giunge ad un massimo di 42mila (51mila Ocse), mentre un professore di liceo a fine carriere arriva a 44mila (Ocse 55mila).

Una scuola di insegnanti anziani. Secondo l’indagine, nei Paesi dell’Ocse e dell’Unione europea il 30% degli insegnanti di scuola primaria ha un’età dai 50 anni in su, mentre in Italia in questa fascia di età si trova il 42%. Sempre nella scuola primaria il 15% dei docenti, nei Paesi dell’Ocse e dell’UE, ha un’età al di sotto dei trent’anni, mentre in Italia i giovani di quella fascia di età raggiungono soltanto l’1,4%. La stessa anzianità si riscontra negli altri ordini di scuola. Se teniamo conto che anche l’età media dei precari è alta, si capisce che non ci sono prospettive di ringiovanire in breve tempo il corpo docente italiano.

Brevi valutazioni. I dati possono essere noiosi, ma se ne possono trarre alcune iniziali valutazioni: il numero di studenti per docente, l’entità dei finanziamenti, il numero di studenti per classe, il numero di ore settimanali di lezioni, il numero di materie insegnate sono variabili importanti, ma non decisive nella preparazione degli studenti.

La qualità di un sistema scolastico si valuta in altro modo, e l’Italia – del resto – è ancora priva di un vero sistema nazionale di valutazione.

La qualità, piuttosto, è il frutto di una sapiente allocazione delle risorse, e su questo piano si richiederebbe uno sforzo maggiore al governo, alle opposizioni e ai sindacati.

Quindi non è vero che più insegnanti, più materie e più ore di lezione fanno una scuola migliore, e per certi aspetti è vero il contrario.

Oggi, in effetti, i sindacati e i partiti di opposizione (perfino l’Onorevole Fini, nella sua battaglia contro Berlusconi) si concentrano sul problema dei precari prendendone astrattamente, come se quello fosse un problema che può essere risolto dalla scuola: no, esso è prevalentemente un problema sociale, perché la scuola non potrà mai assorbire tutti coloro che oggi si definiscono “insegnanti precari”.

E’ per altro vero che la scuola deve uscire dalla instabilità, perché la stabilità dei docenti (assieme alla loro preparazione) è – quella sì – una variabile essenziale per la preparazione degli studenti, e per dare stabilità bisogna assegnare i posti necessari ai docenti precari che ne hanno diritto, stabilizzando il loro posto di lavoro. Ma la scuola non può più essere concepita come una riserva di posti di lavoro malamente retribuiti. È in gioco il futuro dell’Italia: non si può più giocare con la preparazione dei giovani.

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