Manovra economica e scuola

Riformare la scuola prendendo a pesci in faccia i docenti?

Come possono pensare, le forze politiche che sono al governo, di riformare la scuola prendendo a pesci in faccia gli insegnanti?

Molte cose non vanno nella scuola italiana di oggi: troppe ore di insegnamento, troppe materie e troppi insegnanti, aule e laboratori fatiscenti, troppi soldi spesi male, soprattutto in relazione ai risultati mediocri che otteniamo nelle classifiche internazionali.

La nostra è la scuola delle ingiustizie e delle contraddizioni: a partire dalla contraddizione Nord-Sud per finire con le ingiustizie che un falso egualitarismo ha prodotto nei confronti dei ceti sociali più deboli, illudendoli che un diploma o una laurea siano validi in sé, a prescindere dalla scuola o dall’università frequentata.

Era necessario, perciò, ridurre i molti sprechi ormai intollerabili (soprattutto in relazione ai mediocri risultati didattici conseguiti) e qualificare la spesa. Né destra né sinistra , però, ci sono riusciti.

E anche questo governo si è preoccupato più di tagliare, che di ridurre gli sprechi, perché il suo obiettivo era di risparmiare, non di rilanciare un sistema scolastico in affanno.

Ma la manovra economica che si annuncia è di una miopia inaudita: come si può pretendere di avviare e portare a compimento una riforma scolastica (e non intervengo sulla sua qualità), senza incentivare anzi penalizzando il lavoro dei docenti, dopo che sul personale della scuola è calata la mannaia dei tagli?

Il blocco degli stipendi e degli scatti di anzianità, le nuove modalità per il calcolo della liquidazione e la sua erogazione a rate sanno quasi di provocazione.

In effetti bisogna riconoscere che finora i politici e i sindacati si sono giocati il riconoscimento economico-sociale e la dignità professionale degli insegnanti, adesso il governo si gioca il frutto dei loro decenni di lavoro.

Eppure, nella dequalificazione progressiva del sistema scolastico, l’unica autentica resistenza è stata rappresentata dalla qualità professionale di buona parte dei docenti; evidentemente l’Italia (politici, sindacati, opinione pubblica) non è davvero interessata alla scuola: il i partiti di governo pensano di risparmiare, quelli dell’opposizione e i sindacati sono interessati soprattutto ad aumentare l’occupazione (senza riqualificare la spesa) e le famiglie mirano a lasciare a scuola i figli il più possibile.

Con queste scelte sembra delinearsi un futuro di impoverimento “relativo e assoluto” per gli insegnanti, tenuto conto che i docenti italiani sono già oggi tra i meno pagati d’Europa.

Non vorrei che alla fine prevalesse davvero, tra gli insegnanti, quell’atteggiamento rinunciatario e di sfiducia che già si sta formando.

Abbiamo fatto una lunga battaglia culturale contro lo scambio “poco lavoro-poco controllo in cambio si poco stipendio-scarso riconoscimento sociale”, puntando al contrario sulla qualità, sulla professionalità, sulla valutazione e sul merito. Non credo che abbiamo sbagliato, perché la scuola può rilanciarsi solo così.

Ma di fronte alle scelte di chi ci governa, una tentazione può essere forte: quella di godersi le vacanze, le ferie, i ponti e il tempo libero, ripetendo sempre le stesse lezioni.

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