Scuola: Finlandia, Usa, Italia.

Italia e scuola: siamo indietro anche nelle ipotesi di riforma.

Gli ultimi due numeri dell’Espresso pubblicano due articoli sulla scuola all’estero; il primo – di Roberta Carlini – è dedicato alla scuola finlandese, alla ricerca del segreto del suo successo; il secondo – di Luigi Zingales – si sofferma sui progetti di riforma di Obama. Con l’ovvia premessa che non esiste l’Eldorado della scuola e che ogni paese deve misurarsi con la sua storia e le sue caratteristiche, tuttavia è interessante notare come alcuni elementi possano essere validi in diverse realtà e come l’Italia sia ancora una volta il fanalino di coda anche tra le ipotesi di riforma.

Ma andiamo con ordine, mettendo in evidenza prima le caratteristiche del sistema finlandese, poi gli elementi forti del progetto di riforma del Presidente degli Stati Uniti (come emergono dagli articoli dell’Espresso).

In Finlandia. Innanzitutto è stata abolita da anni la distinzione tra Elementari e Medie, anche se le modalità didattiche variano col maturare degli alunni: quando ci penseremo, in Italia, a creare una fascia omogenea dell’obbligo scolastico, che oggi parte dalla Primaria, passa per le Medie e si conclude alle Superiori? L’aggiornamento tecnologico è costante; vi è programma scolastico di base obbligatorio, ma realizzato e orientato con l’intervento delle scuole e dei comuni; vi è un’ampia apertura della scuola al territorio; la scuola è gratuita e vi sono buoni insegnanti.

L’articolo dell’Espresso punta molto sui buoni insegnanti: che sono premiati più dalla considerazione sociale che da un’alta retribuzione (comunque più alta che in Italia); per cui la professione docente è molto ambita, ma difficile da raggiungere. Attenzione: buoni insegnanti non è un concetto “etico”, ma è legato alla professionalità: significa bene preparati, bene selezionati, bene aggiornati.

La Finlandia spende per la scuola più della media europea (e più dell’Italia), ma meno della media dei paesi scandinavi, mettendo in evidenza che non vi è proporzione tra la spesa e i risultati ottenuti; addirittura risulta che mediamente uno studente italiano riceve più di uno studente finlandese, ma in Finlandia (a parte il numero ridotto di studenti) si passano molte meno ore in classe e ci sono più alunni per ogni insegnante (con ottimi risultati scolastici).

Tra i fattori di efficienza vengono inseriti anche il forte decentramento; gli stessi insegnanti sono dipendenti comunali: un decentramento spinto convive con la scuola più uniforme del mondo (gli stessi risultati nel test PISA in tutte le aree del paese).

Obama negli USA. Obama si pone un obiettivo simile a quello europeo di Lisbona 2000: mettere i giovani in condizione di reggere la concorrenza internazionale. Noi non abbiamo raggiunto gli obiettivi stabiliti, anzi in alcuni casi abbiamo peggiorato la situazione. Allora, cosa bisogna fare? Intanto bisogna superare la vecchia idea (di cui non è mai stata dimostrata la validità) che un numero inferiore di studenti per classe dia come risultato un miglioramento della performance: Obama punta sulla meritocrazia. Quindi: premiare gli insegnanti migliori e punire i peggiori. Inoltre Obama apre alle “charter school”, scuole non statali e non confessionali finanziate dallo stato, sulla base dei risultati raggiunti (in linea di massima ottengono risultati migliori a costi inferiori); sono scuole che attivano un positiva pressione competitiva. Infine, un intervento per combattere le disuguaglianze dei punti di partenza, con aiuti alle fasce sociali più deboli. Conclusioni: tutti mettono in dubbio quella che in Italia da anni è una certezza (per i sindacati e per la sinistra), ovvero che una scuola migliore richieda più insegnanti, meno studenti per insegnante, più materie, più ore di lezione. Queste cose non sono più vere (forse non lo sono mai state), e su questi elementi si possono ridurre gli sprechi, per aumentare gli investimenti sulla scuola (ovviamente non per risparmiare, come sta facendo il governo Berlusconi). L’Italia deve spendere di più per la scuola, ma la spesa deve essere indirizzata verso i giusti obiettivi: edilizia scolastica sicura, moderna e tecnologicamente evoluta e attrezzata, informatizzazione dei servizi scolastici e della didattica (per l’insegnamento e l’apprendimento), formazione, selezione e aggiornamento dei docenti, premio per i docenti migliori e incentivi al miglioramento delle prestazioni. Ma bisogna pensare ad un quadro complessivo che contenga queste innovazioni, responsabilizzando le varie comunità, perciò bisogna avvicinare la scuola al territorio: serve un forte decentramento, nel quadro del federalismo fiscale; decentralizzazione dei docenti, che devono diventare dipendenti regionali o comunali e possibilità per le singole scuole di scegliere i docenti sulla base di un albo per accedere al quale bisogna superare un concorso dopo un qualificato processo formativo; apertura dalla scuola alla comunità. Tutte cose che altrove hanno fatto o vogliono fare. Possibile che in Italia la sinistra non abbia il coraggio di sostenere un veri processo di riforma, ma continui con i soliti vecchi ed inefficaci slogans? Senza nulla togliere al ruolo fondamentale svolto dalla scuola nell’Italia del secondo dopoguerra, ricordiamoci che una scuola non è democratica se permette a tutti di iscriversi (potrebbe essere solo un’illusione di democrazia), ma se permette ai giovani delle fasce sociali più deboli di migliorare la loro posizione sociale: quello che decenni di scuola cosiddetta “democratica” in Italia non hanno fatto, se è vero – come è vero – che ancora oggi il destino di un giovane italiano è condizionato dalla sua origine sociale, per cui la nostra società si caratterizza per la scarsa mobilità.

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