Scuola, riforma, precari, sprechi, tagli, promesse, illusioni

La scuola ha bisogno di riforme vere, non di demagogia di destra e di sinistra.

Precari e scuola: servono ammortizzatori sociali, non sanatorie.

 

Comincia la scuola e riprendono le proteste. Riforma degli ordinamenti, tagli ai finanziamenti, riduzione di personale: ce n’è per tutti i gusti.

A fronte dei molti problemi aperti, però, non vi è organicità nell’analisi e nelle soluzioni proposte, mentre vi è molta demagogia da tutte le parti.

 

Bisognerebbe partire dai problemi aperti nella scuola italiana, che vorrei così sintetizzare: presenza di molti sprechi, diversa qualità formativa tra scuola primaria (buona) e scuola secondaria (mediocre), diversa qualità del sistema formativo a livello territoriale (Nord e Sud), diversa qualità tra la formazione liceale e quella tecnico-professionale; centralizzazione del sistema.

Le indagini internazionali, che non vanno prese per oro colato, indicano però delle tendenze che sarebbe miope ignorare: un rapporto docenti-studenti squilibrato, corsi di studio ripetitivi, un numero di ore settimanali di lezione spesso eccessivo, un numero eccessivo di materie insegnate, una notevole quantità di personale non docente, un numero eccessivo di scuole autonome; scarsa responsabilizzazione degli enti di governo territoriale.

 

La complessità della situazione non può essere attribuita solo al malgoverno della Destra o della Gelmini: il centrosinistra e il sindacato hanno ampiamente contribuito, nel corso dei decenni, a creare questa situazione.

Ma ciò che è peggio, è che a fronte di una difficile situazione e della necessità di un sistema formativo di qualità, anzi, di eccellenza per uscire dalla crisi con prospettive di rilancio, le risposte del governo e dell’opposizione si soffermano su questioni che solo “propagandisticamente” riguardano la qualità del sistema formativo: il governo punta ai risparmi e quindi opera tagli indiscriminati (mentre dovrebbe eliminare gli sprechi, prevedere la spesa in base alle necessità della scuola riformata e reinvestire i risparmi) e l’opposizione e i sindacati puntano tutto sul personale, sulla base della solita idea perversa, e smentita dai fatti, secondo cui “più tempo a scuola, più materie insegnate e più insegnanti” portano a una “migliore qualità della scuola”.

 

Una visione proiettata in avanti ci dice, invece, che bisognerebbe avere il coraggio di partire dai fondamenti: che tipo di insediamento territoriale, quanto tempo-scuola e quanti insegnanti servono alla scuola, per dare una formazione di qualità? E per definire le necessità, bisogna tenere  conto di tutto: cominciando dall’eliminazione degli sprechi e dall’adeguamento dei curricoli (numero di materie e orario di lezione).

Se si facesse questo ragionamento a mente sgombra, si capirebbe con semplicità che molti degli insegnanti oggi precari sono stati (e continuano ad essere) ingannati ed illusi, perché un sistema formativo di qualità da un lato non ha bisogno di tutti i docenti che in questi anni sono passati (in vario modo e a vario titolo) per la scuola e dall’altro ha necessità di un nuovo sistema di reclutamento (sul quale sarebbe bene discutere).

Il governo che avesse avuto il coraggio di programmare questo risanamento qualche anno fa, avrebbe potuto utilizzare come una risorsa l’età media piuttosto elevata dei docenti italiani, che avrebbe determinato (e sta determinando) un naturale avvicendamento generazionale; invece si continua a creare precariato.

E oggi, anche per le spinte dei sindacati, le contraddizioni del governo e il conservatorismo dell’opposizione, si rischia di continuare nella stessa logica che spreca la spesa e riduce la qualità.

 

E i docenti precari? Il precariato è un enorme problema sociale, e la scuola può risolverlo solo in parte, per il resto esso va affrontato attraverso gli ammortizzatori sociali; ma la scuola non può più essere considerata un “ammortizzatore sociale”, non può più essere il luogo che garantisce un posto di lavoro, sia pure mal retribuito e socialmente poco considerato.

 

Credo che un ragionamento simile debba interessare innanzitutto i docenti, se puntano alla qualità della loro professione, ad una nuova considerazione sociale e anche ad una retribuzione adeguata.

E ai giovani il messaggio deve essere chiaro: all’insegnamento si accede attraverso un sistema trasparente e coerente, che valuta il merito più che l’anzianità, e soprattutto non più per sanatorie.

Sempre ammesso che all’Italia interessi una scuola di qualità. Sulla qual cosa nutro non pochi dubbi.

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