Gelmini: la scuola dei “voti falsi” nell’era dei “nativi digitali”

Le Riforme della Gelmini contro il “merito”:

la scuola dei “voti falsi” nell’era dei “nativi digitali”.

Nel clima generalizzato di paura che si vuole creare (dallo stupro al bullismo), pare che gli unici provvedimenti seri siano quelli basati durezza. E così le istituzioni rispondono alle paure irrazionali dell’opinione pubblica con iniziative rapide ma estemporanee, che rivelano immediatamente la loro superficialità. L’abbiamo visto nel caso dei rumeni presunti stupratori, e lo vediamo nel caso dei nuovi “criteri della valutazione a scuola” appena approvati dal Consiglio dei Ministri.

Sul voto di condotta il Ministro Gelmini è stata costretta ad abrogare il decreto emanato due mesi fa, perché di fatto (e sono certo che si stenterà a credere a ciò che sto per dire) esso garantiva i microbulli e non introduceva nulla di nuovo per i macrobulli.

Il nuovo Regolamento, che detta norme più generiche sul voto di condotta e riporta tutto al punto di partenza, contiene però un altro concetto destinato a creare confusione: per essere ammessi all’Esame di Stato bisogna avere sei in tutte le materie, compreso il comportamento.

Per verificare l’assurdità di queste previsioni, bisogna tenere conto di alcune questioni:

1. il “sei” nelle discipline di studio rappresenta il raggiungimento di precisi obiettivi di conoscenza e competenza, mentre il “sei” in comportamento indica un comportamento certamente negativo, ma che non ha le caratteristiche per essere valutato con l’insufficienza; come si vede, è assurdo mettere sullo stesso piano i voti nelle materie tradizionali e il voto in condotta; in ogni caso, il “credito scolastico” assegnato ad ogni alunno nel triennio delle superiori non indicherà più la preparazione, ma sarà “inquinato” da una valutazione in condotta che utilizza una scala diversa; insomma, viene innescato un meccanismo “antimeritocratico”. Ma queste sono quisquiglie, rispetto al punto 2;

2. fino ad oggi, per essere ammessi all’esame di Stato bisognava avere la media del sei, mentre con il nuovo Regolamento bisogna avere sei in tutte le materie; ciò significa che bisognerà non ammettere all’Esame chi ha cinque, ad esempio, in Storia o in Educazione Fisica. Si tratta di un’assurdità per vari motivi, ma innanzitutto per il fatto che uno studente che ha cinque in una disciplina ha evidentemente valutazioni positive (che possono essere anche buone o ottime) in tutte le altre materie; oltretutto, non ammettere all’esame o bocciare per una materia, è un controsenso anche dal punto di vista economico, visto che obbligheremmo un giovane a ripetere il corso anche nelle discipline già conosciute.

Del resto: perché mandare all’esame e sottoporre al rischio della bocciatura chi è già stato giudicato sufficiente in tutte le materie da un Consiglio di classe? Non conviene eliminare l’esame di Stato e chiudere l’anno con lo scrutinio?

In verità capita spesso che vi siano studenti che conservano l’insufficienza in una materia anche alla fine dell’anno conclusivo, per cui i docenti – che sono più saggi e competenti del Ministro – per evitare la non ammissione all’Esame porteranno il cinque a sei, come si è sempre fatto nella scuola italiana. Insomma: per ovviare alle assurdità e alle incongruenze della burocrazia, i docenti sono spesso costretti (con motivazioni nobili) a mettere voti che non corrispondono alla verità. Questa premessa apre una rilevante questione relativa alla “attendibilità e veridicità” delle valutazioni numeriche espresse nella scuola italiana: spesso i voti rispondono a logiche burocratiche (come in questo caso) piuttosto che al livello di raggiungimento degli obiettivi in termini di conoscenze e competenze.

Il rischio (io direi la certezza) è che grazie al Ministro Gelmini vengano ammessi agli esami di Stato studenti con i voti “alzati” (e perciò falsificati) per evitare la non ammissione: in sostanza questi studenti sarebbero premiati, con un’altra scelta antimeritocratica.

E del resto la non ammissione sarebbe una scelta assurda, perché non terrebbe conto delle molte materie apprese, e sarebbe una scelta antieconomica (ripetere l’anno per una materia non appresa, rispetto a tutte quelle apprese).

Lo stesso problema si pone per gli “esami di settembre”: perché bocciare uno studente che conserva una sola insufficienza, se nelle altre materie ha raggiunto almeno la sufficienza?

Quali le soluzioni? Innanzitutto le soluzioni ci sono: bisogna rivedere la funzione e le modalità di svolgimento dell’esame di Stato, e bisogna ridiscutere il valore legale del titolo di studio: probabilmente uno studente impara di più dal sapere che conserverà traccia delle insufficienze sul diploma finale, piuttosto che dal sapere che i voti vengono “falsificati” per ammetterlo all’esame (con relativa beffa per chi ha preso la sufficienza vera); bisogna rivedere le bocciature a settembre: è meglio che uno studente sia ammesso alla classe successiva con l’insufficienza, e sia costretto a ripetere il corso in quella disciplina, piuttosto che “falsificare” il voto, come succede spesso.

Insomma, non ci sono scorciatoie; non basta “bocciare”, tornando a logiche non più proponibili, per avere una scuola migliore.

Nell’era dei “nativi digitali” la scuola deve trovare strumenti e percorsi nuovi.

Quello che è certo è che “bocciatura” non corrisponde né a severità né a qualità, né a equità.

In fondo, anche la bocciatura è una cosa seria.

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