Il voto in condotta: tra farsa e demagogia.

Voto di condotta: il sonno della ragionesideicon

Da anni la politica insegue gli umori dell’opinione pubblica, come nel caso della “sicurezza”, a tutti i livelli: dalla criminalità al bullismo. E migliore viene ritenuto chi propone i provvedimenti più draconiani. Questo vale anche per la scuola. In Italia, del resto, basta essere andati a scuola o avere dei figli o dei nipoti che ci sono andati, per diventare esperti, secondo l’idea che per la scuola è sufficiente il “buon senso”, ormai degradato a “senso comune”. Gli ultimi due ministri, Fioroni e Gelmini, sono esempi di questo atteggiamento, e lo hanno spacciato per lotta al bullismo, avviando una serie di riforme che danno soddisfazione ad un’opinione pubblica che non ha vera stima della scuola. Così è accaduto per il voto di condotta. Tra le tante iniziative estemporanee della Gelmini, questa è una delle più improvvide. Eppure moltissimi (anche dell’opposizione) si sono fatti travolgere dalla logica della “tolleranza zero”.

Ma veniamo ai fatti.

L’obiettivo del potenziamento del voto di condotta è innanzitutto quello della lotta al bullismo. Come avviene questo potenziamento? In tre modi: ampliando la gamma dei voti (dal 6 al 10), stabilendo la bocciatura con il 5, e stabilendo che il voto di condotta “concorre alla valutazione complessiva dello studente”.

Ebbene, si può dire che, in linea di massima, con questo provvedimento non solo non si combatte il bullismo, ma si favoriscono i microbulli, atteso che i macrobulli (quasi dei criminali) possono (e potevano) essere colpiti in mille modi, anche senza il voto di condotta della Gelmini.

Cosa uccederà, nella realtà? Per prendere 5 in condotta, uno studente innanzitutto deve essere stato sospeso per più di 15 giorni (cosa debba avere combinato, non riesco neanche ad immaginarlo!): e questa è una condizione necessaria, ma non sufficiente: deve esserci dell’altro. Da notare che i criteri per l’assegnazione del 5 vengono addirittura indicati dal ministro, alla faccia dell’autonomia scolastica.

Tutti gli altri comportamenti vanno valutati dal 6 al 10; quindi il 6 viene assegnato a chi si comporta “male”, ma non con gli eccessi previsti per il 5; e via via, fino al comportamento eccellente, premiato con il 10. Cioè: uno studente ripetutamente sospeso per cinque giorni, che non porta i libri a scuola e scrive sui banchi e sui muri, arrogante e limitatamente offensivo con i docenti e con i compagni, non potrà avere l’insufficienza in condotta.

E poi, cosa significa che il voto di condotta “concorre, unitamente alla valutazione degli apprendimenti, alla valutazione complessiva dello studente”. Se significa che il voto di condotta entra nel calcolo del credito scolastico (come sembrerebbe ovvio dall’insieme dlele dichiarazioni dei documenti ministeriali), allora bisogna dire che l’attribuzione del credito scolastico assumerà un carattere antimeritocratico, visto che il 7 in una disciplina è un bel voto, e in condotta sarà un brutto voto, ma avrebbe lo stesso valore nella creazioine della media dei voti; se non singifica questo, allora è aria fritta buona per il “popolino”, perché di fatto non c’è alcun modo trasparente per far valere la valutazione del comportamento nella valutazione complessiva.

La conclusione certa è che i docenti sono di fatto privati della possibilità di dare l’insufficienza, visto che devono rispettare un Decreto Ministeriale ultragarantista dei macrobulli.

Insomma, siamo di fronte a un provvedimento demagogico che:

1. non punisce i comportamenti negativi, se non in casi estremi (e rari, per i quali c’erano già tutti gli strumenti);

2. può avere un natura antimeritocratica, se il voto di condotta entra nel calcolo della media dei voti per l’attribuzione del credito (per l’ammisisone all’Esame di Stato);

3. resta aria fritta se non si realizzerà il punto 2.

Non mi pare un gran risultato, ma siamo in attesa di ulteriori precisazioni, perché la scuola da anni vede sovrapporsi una normativa generica, confusa e contraddittoria.

Resta un’ultima certezza: le parole non hanno alcun rapporto con i fatti. E l’opinione pubblica si accontenta di parole.

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