Referendum antiGelmini: un’opportunità o una trappola?

Gli interventi sulla scuola approvati dalla maggioranza parlamentare (prima i tagli nella finanziaria, poi il cosiddetto decreto Gelmini) soffrono di un vizio di fondo che li rendono inaccettabili: sono privi di un progetto culturale per la scuola pubblica.

Non a caso non sono stati preceduti da alcun dibattito, e hanno suscitato un immediato e inevitabile (e forse voluto) “muro contro muro”.

 

Nell’opposizione ai provvedimenti della Gelmini, il centrosinistra e il sindacato, però, non sono riusciti a delineare e proporre un modello di scuola alternativo e credibile, al di fuori delle ormai consuete ma generiche parole d’ordine. Proprio per questo – anche se tutti vogliono negarlo – il centrosinistra si è fatto ridurre nel margine dei conservatori (tra l’altro, di un modello di scuola nel passato ampiamente criticato).

 

La risposta immediata all’approvazione del decreto Gelmini è stata “referendum”: la sinistra massimalista, il sindacato, il PD e Di Pietro mi sono sembrati i più forti sostenitori di questa iniziativa, e alcuni esponenti socialisti si sono associati.

 

Io penso che il referendum sul decreto Gelmini sia un errore; cerco di spiegare perché:

  1. Innanzitutto in Italia una sana strategia una referendaria è sempre stata utilizzata per proporre o difendere un modello innovativo: divorzio, aborto, leggi elettorali, finanziamento pubblico, per fare degli esempi; in questo caso sarebbe un referendum che guarda solo indietro, e mette insieme forze eterogenee, incapaci di concordare su un modello comune (che non sia fatto – appunto –  di parole d’ordine);
  2. la scuola ha bisogno di coerenza e stabilità, di verificare il risultato dei provvedimenti; l’andirivieni di leggi e decreti (approvati ma non applicati da un governo, sospesi per cambiare direzione dal governo successivo, ripresi e modificati da quello successivo ancora e avanti così) genera un clima di sbandamento e di disaffezione – già in atto per mille motivi – che la scuola non può più tollerare; da questo punto di vista, Fioroni non è stato migliore della Gelmini. Non dimentichiamo che questo decreto (in parte ridicolo, in parte sbagliato; ma sulla parte ridicola molti hanno convenuto anche a sinistra: es. sul voto di condotta) è stato convertito in legge da un Parlamento legittimato dal voto popolare.
  3. Che cosa abrogare? Il problema vero e traumatico dei provvedimenti del governo è rappresentato dai tagli ai finanziamenti, approvati qualche mese fa; da questo punto di vista, il decreto Gelmini è marginale; anche la norma sul maestro unico (ammesso che venga applicata così come è stata dipinta) ha bisogno di alcuni anni, per esplicare il suo potenziale eventualmente catastrofico; basterebbe vincere le prossime elezioni per rimediare.
  4. Un partito politico (e a maggior ragione uno schieramento politico) non può limitarsi ad agire d’interdizione, ma deve saper proporre un modello alternativo. Oggi, però, questo modello non esiste per il PS e non esiste per lo schieramento di centrosinistra. Mi pare, addirittura, che non esista neanche un’analisi condivisa sulla realtà attuale.
  5. Non solo non abbiamo elaborato un modello propositivo, ma non esiste nemmeno un’ipotesi di intervento sugli sprechi presenti a legislazione ante-Gelmini (ipotesi di intervento che può essere indipendente dal modello di scuola per il futuro). E la lotta a questi sprechi (palesi e che gridano vendetta: è vero, non sono gli unici; e sarebbe “bello e giusto” fare una vera e costante campagna sugli sprechi e sui privilegi della politica…) potrebbero costituire un punto di partenza per recuperare risorse da destinare alla scuola.
  6. Infine, se il referendum non fosse vinto, avremmo messo una pietra tombale sulla credibilità della sinistra e del centrosinistra. E se fosse vinto, avremmo messo un ostacolo ad riforme successive, perché qualcuno direbbe che il popolo ha confermato con il voto il modello vigente.
  7. Io non so se Veltroni, Epifani e gli altri vorranno andare davvero a referendum (personalmente ne dubito); se sì, sarebbe bene che ci dicessero subito cosa faranno dopo, comunque vadano le cose.
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