Stranieri a scuola: l’integrazione fasulla è la premessa della ghettizzazione.

Quando la presenza straniera nelle scuole ruota mediamente attorno al 10% e spesso lo supera di gran lunga, è doveroso interrogarsi sull’efficacia dei processi di integrazione e sul rischio che si manifestino fenomeni di rifiuto o di paura, che possono degenerare nella xenofobia e nel razzismo.

 

Non si tratta tanto di creare isole di segregazione per i giovani stranieri per separarli dagli italiani o di favorire inserimenti incontrollati, quando di garantire l’efficacia reale dei processi di integrazione.

 

Solo chi conosce le regole, la lingua e i costumi della realtà in cui vuole inserirsi, riuscirà ad avviare un percorso di inserimento consapevole; chi invece viene tenuto in un limbo di retorica ugualitaria, rischia di trovarsi di fatto emarginato, a dipendere da una generosità e da una “tolleranza passiva” che non si basano sul riconoscimento e sulla valorizzazione delle differenze, e perciò non garantiscono la dignità di una vita autonoma.

Quello della presenza degli stranieri in Italia è un problema nazionale, che non può essere sottovalutato e non può essere affrontato solo con i buoni sentimenti e le buone intenzioni; purtroppo esso non è mai stato assunto come un problema strutturale, ma ha mantenuto i caratteri dell’emergenza. Ebbene: da questa emergenza bisogna uscire definitivamente, senza farne un ulteriore pretesto di contrapposizione ideologica. E non basterà il riferimento a valori universali ma generici, che per essere credibili devono trasformarsi in scelte amministrative e di governo.

 

Oggi bisogna parlare di diritti: i diritti degli stranieri e degli italiani a frequentare un percorso formativo efficace, dove possano davvero – e non a parole – essere combattute e superate le disuguaglianze iniziali, pre garantire a tutti le stesse opportunità.

 

 Lasciare un acceso incontrollato e solo apparentemente democratico alla scuola, dove chi non ha gli strumenti deve di fatto arrangiarsi, determina il concentrarsi delle bocciature sulle figure sociali e culturali più deboli: e l’Italia ha i record nella dispersione scolastica.

 

La scuola, quindi, ha il dovere di creare percorsi specifici di inserimento, che vanno intesi proprio come momenti di istruzione e formazione utili a recuperare le carenze di partenza.

  

Bisogna anche sottolineare che la scuola italiana ha un numero settimanale di ore di lezione molto elevato, per cui diventa pressoché impossibile, in molto casi, far coincidere in modo produttivo i percorsi di inserimento con l’attività curricolare, e proprio sugli studenti più deboli si finisce per scaricare una mole di lavoro e di presenza a scuola che essi non possono sostenere.

Non vorrei che gli stranieri diventassero l’agnello sacrificale del nostro moralismo, e alla fine pagassero per tutti.

 

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