Scuola: la Sinistra non rinascerà dalla piazza, ma dai progetti. Che mancano.

Scuola, insegnanti e studenti.

L’illusione della Sinistra: rinascere dalle piazze, invece che dai progetti.

 

Tra “selezione-disciplina” (per la destra) e “organico” (il numero di dipendenti, per la sinistra) la scuola diventa un palcoscenico.

 

Per il mondo della scuola comincia un periodo di proteste; probabilmente vedremo scioperi, occupazioni ed autogestioni. Studenti e docenti saranno “uniti nella lotta”.

 

Ma qual è l’obiettivo della protesta che sta montando?

Certamente tutti se la prenderanno con la Gelmini; l’obiettivo, quindi, sarà impedire che il Governo porti a compimento i suoi interventi sulla scuola.

Questi interventi sono ritenuti devastanti per la scuola pubblica (e in parte lo sono, anche se non sarei tanto catastrofico: la scuola pubblica è in condizioni penose da prima della Gelmini).

Mancherà comunque (e lo si vede già oggi, a destra e a sinistra) qualsiasi analisi seria e coraggiosa della realtà di fatto, e mancherà (e lo si vede già oggi) qualsiasi ipotesi di serio rinnovamento della scuola italiana.

Se il centrodestra ha due obiettivi fondamentali (disgregare la scuola pubblica e laica, per Forza Italia e AN; e disgregare la scuola nazionale, per la Lega), sinistra e centrosinistra sono privi di un progetto innovativo, e si ritagliano il ruolo dei conservatori miopi. Con la copertura sindacale.

Peccato che scuola italiana abbia bisogno di essere rinnovata, nel profondo e a tutti i livelli.

 

Se la sinistra e il sindacato avessero avuto il coraggio di analizzare la realtà e realizzare le riforme a suo tempo approvate, forse non saremmo a questo punto.

Ad esempio, oggi l’ex ministro Fioroni lancia l’allarme sulla chiusura delle scuole sotto i 500 o i 300 alunni, e accusa la Gelmini; può piacere o no, ma questa norma l’ha voluta proprio il centrosinistra nel 1998, quando approvava l’autonomia scolastica. E perché la volle? Ma perché ovviamente l’autonomia scolastica per potersi realizzare pienamente ha bisogno di istituzioni scolastiche che facciano “massa critica” anche nel rapporto con gli Enti locali (Comuni e Province), non di particelle ininfluenti, caratterizzate da una burocrazia sterminata e autoreferenziale, fatta di Dirigenti Scolastici e Amministrativi che rispondono a Roma.

 

Ancora una volta la riforma della scuola si scontra con un apparato elefantiaco e incontrollabile che mira soprattutto alla sopravvivenza: quell’apparato centralistico-ministeriale va smantellato.

 

In Italia ci sono più bidelli che carabinieri e troppi insegnanti e troppi dirigenti: lo sanno tutti; troppi insegnanti rispetto alla media europea, rispetto alle ore di lezione che si possono fare in una settimana, rispetto alle ore di lezione che gli studenti possono reggere e rispetto al livello degli apprendimenti.

 

Qualcuno ne dubita? Un esempio. In moltissime scuole italiane (soprattutto tecniche e professionali, ma non solo) l’ora di lezione dura 50 minuti: si è dimostrato che ogni anno vengono retribuite ma non svolte oltre 6 milioni di ore di lezione. Può durare? È giusto, che duri?

Inoltre: molte scuole svolgono un monte ore settimanale di 36, 38, 40 ore settimanali (nella mia, anche 43-44); in queste scuola molti alunni hanno l’insufficienza, soprattutto in matematica e inglese; cosa ha pensato Fioroni e cosa ha confermato la Gelmini? Agli studenti più deboli, che hanno l’insufficienza, offriamo i corsi di recupero: cioè ancora ore di scuola! E i professori (magari gli stessi che non svolgono tre ore di lavoro alla settimana, oppure degli esterni) li paghiamo a 50 Euro l’ora, con uno spreco enorme di risorse (anche in relazione ai risultati).

Ciò che conta meno, è che gli studenti imparino; ciò che conta di più è che l’opinione pubblica – attenta alle apparenze – abbia l’impressione che la scuola sia diventata più severa. Con Fioroni e con la Gelmini.

 

Ecco perché è giusto ridurre le ore settimanali di lezione in alcuni indirizzi di studio e ridurre il numero di materie: non per una voglia assurda di licenziare, ma per creare condizioni di studio e di lavoro efficaci.

Certo la questione è complicata da vent’anni di malgoverno, ma di qui passa anche la riqualificazione degli insegnanti, il loro prestigio sociale e la loro retribuzione.

Non sarà un problema risolto dalla destra, preoccupata dei tagli ben più che della qualità. La sinistra, dal canto suo, non ritornerà credibile sulle piazze autunnali, ma quando avrà il coraggio di affrontare le situazioni reali, senza demagogia o populismi minoritari. E infine, ma è l’unica cosa che conta, la scuola potrà essere riformata quando non sarà più il palcoscenico di una sterile battaglia tra controriformisti di destra che pensano alla “selezione” e conservatori di sinistra che pensano “all’organico”.

 

 

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2 commenti

  1. La tua analisi mi pare sobria e intellettualmente onesta. Me ne rallegro, perché ultimamente mi è capitato di leggere cose assai diverse. Hai certamente ragione quasi su tutto ciò che rilevi, e il tuo mi pare un buon punto di partenza per un nuovo osservatorio non pregiudiziale sulla scuola.
    Aggiungo di mio questo: non si può ignorare, che al di là del quadro critico da costruire, che siamo in una situazione di emergenza estrema. Se provi a leggere in fila piccoli e grandi cambiamenti introdotti dalla Gelmini, e ci metti dentro i propositi della Aprea, allora vedi bene che la prospettiva è di un ridisegno al ribasso dell’istruzione pubblica – a vantaggio del privato, e soprattutto di un rovesciamento complessivo del significato della formazione culturale. Per farla breve, dalla coscienza critica all’arrivismo meritocratico.
    Tutto questo secondo me è un male da contrastare prima di ogni ri-progettazione, dopodiché sono contento di ripartire a correggere molte storture che tu ben evidenzi.
    Ma in questo paese pare che comandi solo la “cassa”

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  2. Non sono più sicuro che rifiutare ogni cambiamento faccia bene alla scuola; del resto il corpaccione della scuola rischia di essere impermeabile ad ogni sollecitazione o di assorbirla (che è lo stesso).

    Vi sono alcune questioni su cui bisognerebbe giungere ad un accordo, per il bene della scuola. Purtroppo la sinistra e il sindacato hanno taciuto su questioni di enorme rilevanza, e oggi il pallino è in mano alla Gelmini (e a Brunetta e Tremonti).

    Non so se mi sbaglio, ma in molti (anche nel centrosinistra) hanno dato ragione alla Gelmini sul voto di condotta, sul grembiule e sul ritorno alle valutazioni numeriche: una specie di opportunistico riflesso del tema “sicurezza”: ordine e tolleranza zero (sui debiti ci aveva già pensato Fioroni). Con risultati assurdi e perversi, come quello di bocciare chi non ha recuperato un debito a settembre (o di promuoverlo con un debito o due, con l’ipocrisia tipica della scuola italiana, dove i voti sono spesso dei falsi in atto pubblico).

    Come dire, si è concesso qualcosa alla Gelmini sulle questioni più superficiali e sbagliate, mentre non si è accettato il confronto su questioni strategiche; ho l’impressione che così andiamo fuori gioco, e si dia fiato alle componenti più conservatrici della scuola.
    Temo, insomma, che se ci limitiamo alla “resistenza” non riusciamo più a parlare con tanta parte di opinione pubblica (che la pensa come la Gelmini o, peggio, come Brunetta).
    Insomma, bisognerebbe che ci fosse un movimento di insegnanti, libero dalla massificazione sindacale e dalla disinformata babele studentesca, per la riforma della scuola; e questo movimento dovrebbe sollevare le questioni che contano: personale, stipendi, curricoli (materie e ore di lezione), corsi di studio, cattedre e classi di concorso.
    Insomma: dovremmo essere noi a dire che la riforma della scuola non può partire dalla garanzia di un organico gonfiato.
    Oggi non vedo nulla all’orizzonte, ma non ho voglia di intrupparmi in una generica protesta senza argomenti propositivi.

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