Con la Gelmini, un confronto sui contenuti.

La riforma della scuola, oltre i luoghi comuni del “buon tempo andato”.

Il No alla Gelmini non può essere “a priori” e conservatore.

Accettare un confronto sui contenuti.

 

Ben prima che arrivasse il Ministro Gelmini, bisognava avere il coraggio di affrontare alcune questioni oggi all’ordine del giorno. Ne cito alcune:

1.      lo scarto nella preparazione tra quindicenni del Sud  e quindicenni del Nord;

2.      lo scarto della preparazione tra quindicenni dei Licei e quindicenni dell’istruzione tecnica e professionale;

Nota: lo scarto indicato nei punti 1 e 2 configura già, in Italia, l’esistenza “di fatto” di una scuola di serie A e una scuola di serie B;

3.      il rapporto docenti/alunni, squilibrato rispetto alla media europea, tanto più insensato alla luce dei risultati verificati dal PISA 2003 e 2006 (con il passare del tempo, i risultati per l’Italia peggiorano);

4.      l’elevata età media dei docenti;

5.      l’eccessivo numero di corsi di studio (oltre 900), con doppioni che configurano veri e propri sprechi;

6.      il monte ore di lezione settimanale e il numero di materie: tutto eccessivo e da ridurre; tra l’altro, indagini precise dimostrano che gli studenti più preparati sono quelli che stanno meno a scuola;

7.      l’enorme dispersione scolastica (con l’aumento dei bocciati nell’anno scolastico appena finito, che solo un incosciente può ritenere una forma di qualificazione della scuola);

8.      il raggiungimento del diploma a 19 anni;

9.      la incongruenza tra i voti assegnati agli studenti al Nord e al Sud;

10.  la valutazione esterna degli apprendimenti, dei docenti, dei dirigenti e degli istituti autonomi;

11.  il reclutamento, lo stato giuridico, la carriera e lo stipendio dei docenti;

12.  i problemi delle famiglie che lavorano e non possono seguire i figli nel pomeriggio: questi problemi “veri”, non vanno scaricati sulla scuola e sui docenti: gli insegnanti sono (dovrebbero essere) professionisti dell’insegnamento, non sorveglianti;

13.  il federalismo scolastico e l’autonomia scolastica, previsti dalla Costituzione vigente.

 

Alcuni di questi problemi hanno trovato una soluzione di fatto: per esempio l’eccessivo numero di ore di lezione si  è risolto con la riduzione dell’ora di lezione a 50-55 minuti, con l’abbandono della Religione (1 ora alla settimana), con l’elevato numero di assenze, di ritardi e uscite anticipate, e con mille altre “iniziative e progetti” (sulla cui validità didattica potremmo discutere per ore) che riducono di fatto il “tempo-scuola”.

I problemi segnalati, inoltre, hanno precise evidenze statistiche; per fare solo tre esempi: 1) in Italia abbiamo 167.000 bidelli e 118.000 carabinieri; 2) con la riduzione dell’ora di lezione a 50 minuti in molte scuole, si calcola che vengano retribuite ma non svolte oltre 6 milioni di ore di insegnamento; 3) ogni anno oltre 200.000 docenti (su 800.000) cambiano sede di lavoro. Può reggere a lungo, questo sistema?

 

 

Purtroppo, in Italia i problemi non vengono valutati sulla base di analisi obiettive. Le uniche analisi attendibili sono quelle internazionali, che fanno scandalo ma non diventano fattore di miglioramento.

Ecco perché abbiamo molti politici, sindacalisti e “opinionisti” che non conoscono la scuola “di oggi”, ma si richiamano e rimpiangono quella dei loro tempi o una scuola “astratta”, con il contorno di luoghi comuni, pregiudizi e riserve mentali.

E’ giunto il momento di interrompere questa linea di “continuità conservatrice”, e anche di dire che “riforma della scuola” e “lotta alla disoccupazione” sono cose diverse. La scuola non può più offrire un posto di lavoro a tutti (e anche per questo sottopagato, professionalmente dequalificato e socialmente degradato), ma deve qualificare se stessa, offrire una formazione “valida” (al Sud come al Nord) e misurare i suoi risultati e la qualità del lavoro dei suoi operatori.

E dico questo soprattutto a difesa della scuola pubblica, che può vincere il confronto con la privata solo sul terreno della qualità; anche perché una scuola pubblica di scarsa qualità inganna proprio le fasce sociali più deboli. Non è più vero che la scuola è democratica se permette a tutti di entrare; invece, è democratica se permette a tutti di uscire con una preparazione spendibile; e non è la situazione attuale.

Per questo bisogna avere il coraggio di affrontare il ministro Gelmini sul piano dei contenuti, piuttosto che su quello del rifiuto aprioristico, prendendo di petto i problemi di fondo troppo a lungo accantonati.

Solo così, oltre tutto, potremo liberarci dalla retorica del docente-eroe/missionario (che lo fa per missione, per passione, per ispirazione, per temperamento: e perciò può essere anche sottopagato) e dal luogo comune del docente-fannullone,  per passare alla logica del docente professionista.

Annunci

Lascia un commento

Non c'è ancora nessun commento.

Comments RSS TrackBack Identifier URI

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...