Effetto Gelmini sulla scuola.

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Il governo berlusconi affronta la scuola a colpi di belletto e di mannaia. Ma i critici sono spesso penosi e pelosi, non avendo avuto il coraggio di affrontare alcune questioni di fondo:

1. La regionalizzazione della scuola, per responsabilizzare i territori rispetto alla qualità del sistema scolastico;

2. la riduzione delle ore settimanali di lezione e del numero di materie;

3. la riduzione del numero dei docenti;

4. la Carriera, la valutazione e lo stipendio dei docenti;

5. la valorizzazione della cultura del lavoro;

6. il finanziamento della scuola privata.

I TAGLI ALLA PUBBLICA ISTRUZIONE

Tsunami a scuola

di Roberta Carlini

Meno maestri e professori. Meno ore di insegnamento. Addio al tempo pieno. Forse anche licei più corti di un anno. Ecco la cura Tremonti-Gelmini per far quadrare i bilanci

 

 

In Sicilia infuria la rivolta contro il taglio di mille insegnanti di sostegno. A Roma mancano all’appello 500 professori per le superiori, a fronte di 5 mila studenti in più. Sempre nella capitale, alle elementari sono già state cancellate una cinquantina di richieste di classi a tempo pieno. A Milano dimezzato il sostegno per l’inserimento degli alunni stranieri. A Bologna hanno fatto i conti con precisione: servono almeno 144 cattedre, soprattutto per l’inglese alle elementari e la seconda lingua alle medie, per coprire i buchi aperti dal piano degli uffici scolastici regionali per l’anno 2008-2009.Quello che comincia tra pochi giorni e che deve tagliare ‘solo’ 11 mila posti in organico, secondo le previsioni del vecchio governo. Un leggero antipasto, rispetto ai tagli della scuola dell’era Tremonti-Gelmini-Brunetta: 90 mila insegnanti e 43 mila bidelli e impiegati in meno, a regime. Cioè entro il 2012. Ma per far risparmiare alla scuola quasi 9 miliardi in tre anni, bisogna partire subito, prima che si aprano a gennaio le iscrizioni al prossimo anno scolastico. Per questo è iniziata una corsa contro il tempo, per metter mano a ordinamenti e regole entro Natale. A questo hanno lavorato nelle ferie agostane gli uffici dell’Economia e dell’Istruzione, mentre i loro massimi responsabili impazzavano sui giornali abbassando i voti in condotta, rimettendo i grembiulini e la maestra unica, annunciando e smentendo corsi di ripetizione per prof meridionali. Intanto, le forbici dei due ministeri lavoravano nell’ombra. Non sempre in sintonia, anzi. Tant’è che molti preannunciano un autunno caldo, oltre che sul fronte sindacale, anche su quello dei rapporti tra la giovane ministra e il veterano Tremonti.

Tutti a dieta Un punto percentuale. Di tanto deve salire il rapporto tra alunni e docenti in Italia, secondo il piano Tremonti approvato a tambur battente dal Consiglio dei ministri a giugno. A quell’1 per cento che avvicinerebbe l’Italia alle medie internazionali corrisponde la più drastica cura da cavallo mai annunciata per la scuola, un taglio del personale pari al 10 per cento, per una riduzione della spesa di circa 8 miliardi. Per attuare la cura dimagrante, la legge finanziaria dà alla Gelmini (quotidianamente assistita da una commissione mista con il Tesoro) pieni poteri: in sostanza, di qui a fine anno può rivoltare la scuola dall’asilo al diploma, senza passare per il Parlamento. Il quale Parlamento, scoperto l’inghippo, ha inutilmente chiesto a Giulio Tremonti maggiore flessibilità e gradualità: ma finora i dubbi avanzati dalla commissione Cultura della Camera (a partire dalla sua presidente, la già candidata al ministero dell’Istruzione Valentina Aprea) e quelli sorti nella stessa ministra durante l’estate sono stati fermamente respinti al mittente dallo staff di Tremonti. Che lavora alacremente a un bouquet di ipotesi diverse, con un tratto unificante: meno maestri e professori vuol dire meno ore di scuola. Infatti, se l’Italia ha più di nove insegnanti ogni 100 studenti (ma il rapporto sale a 10,4 se si includono i docenti di sostegno), non è solo per i casi limite delle piccole scuole dei paesini; è anche perché da noi è più lungo l’orario, in particolare nelle elementari e negli istituti tecnico-professionali, e perché la scuola superiore dura un anno in più rispetto ai principali paesi europei.

 

 

Di qui le ipotesi taglia-ore, alcune già allo studio da tempo, altre nuove di zecca. La riduzione del tempo pieno alle elementari e del tempo prolungato alle medie: adesso interessa un quarto delle classi alle elementari, quasi tutte nelle metropoli e al Centro-nord, e il 28 per cento delle medie, in questo caso con maggior presenza del Sud. La riduzione dell’orario degli istituti tecnici e professionali, a 30 ore settimanali dalle attuali 36-39: una sforbiciata che riguarda il 42 per cento delle scuole superiori. E, ipotesi estrema spuntata all’ultimo nelle carte dei tecnici dell’Istruzione, la conclusione anticipata della scuola superiore: quattro anni invece di cinque. I ragazzi uscirebbero da scuola a 18 anni anziché a 19, come già succede non solo in molti sistemi scolastici occidentali, ma anche, cosa meno nota, negli stessi licei italiani all’estero.

Accanto ai tagli di orario ci sono poi le misure sull’organizzazione didattica. La più importante è l’ormai quasi certa fine del modulo alle elementari, che distribuisce tre insegnanti su due classi: il ritorno alla maestra unica. Non meno rilevanti le altre misure allo studio: l’accorpamento delle classi di concorso, in pratica per poter utilizzare lo stesso prof per corsi diversi da quelli per cui ha vinto la cattedra (ad esempio, un laureato in lettere che insegna filosofia potrà fare anche latino); la riduzione degli oltre 900 indirizzi delle scuole superiori; e la revisione della rete delle scuole, in pratica la chiusura o l’accorpamento di quelle più piccole. Infine, il taglio drastico agli insegnanti di sostegno per l’handicap: sono 90.032, il 10 per cento del corpo insegnante, ma più della metà di loro ha contratti a tempo determinato: precari, insomma. Su tutto ciò, pende poi come una spada di Damocle la ‘clausola di salvaguardia’: se non si ridurrà il personale, scatteranno i tagli di bilancio alle scuole. Vale a dire, meno soldi per il funzionamento ordinario, dai laboratori alla carta igienica.

Sul piede di guerra Su queste ipotesi in campo, la ripresa d’anno si preannuncia caldissima. Gli autonomi di Cobas e Cub hanno già proclamato il loro sciopero generale per il 17 ottobre, i confederali studiano mobilitazioni. “Aspettiamo il piano di attuazione, ma appena i contenuti saranno certi, ci muoveremo”, annuncia il segretario generale della Cisl scuola Francesco Scrima, che alza i toni: “Vedono nella scuola solo un terreno di caccia per recuperare soldi”. In particolare, la Cisl farà le barricate sulla scuola elementare: “Quella italiana è la sesta al mondo nei dati internazionali, perché intervenire proprio qui?”. Quanto alla rete territoriale delle piccole scuole, Scrima prevede faville: “Regioni e Comuni si ribelleranno, e giustamente: in alcuni posti la scuola è l’unica istituzione pubblica, non ci sono neanche i carabinieri”. E i dati sulle mini-classi dei comuni di montagna fanno presagire che molti conflitti saranno con i sindaci leghisti del Nord.Prima ancora che parta la mobilitazione nelle scuole, è aperto il confronto, per usare un eufemismo, tra Istruzione e Economia. A quanto si sa, una delle prime riunioni della commissione mista all’uopo costituita è finita a urla in faccia. La fretta dei tecnici di Tremonti non è condivisa dai conoscitori profondi dei meccanismi della spesa scolastica: e per l’occasione la ministra Gelmini ha richiamato dalla pensione una vecchia conoscenza di viale Trastevere, l’ex boss del dipartimento Istruzione Pasquale Capo, nominandolo consulente speciale. Qualcuno ci vede un ritorno al passato, per la più giovane ministra dell’Istruzione del dopoguerra; altri un indizio del fatto che non si fida degli sforbiciatori di Tremonti. I quali sono molto gelosi dei loro dati. Il rapporto della commissione Muraro sulla spending review, istituita dal precedente governo, è stato secretato dal ministro: in esso c’era anche un capitolo sui tagli possibili al personale scolastico, tanto concreto quanto prudente. “Il fatto è”, dice Massimo Bordignon, l’economista che ha steso la parte sull’istruzione di quel rapporto, “che nella scuola tagliare male significa spendere di più”. Un esempio è proprio nella grande diversificazione territoriale della spesa: del personale si occupa il Ministero, della rete delle scuole le Regioni, dell’edilizia le Province e i Comuni. “E nessuno di questi ha incentivi a risparmiare: bisogna metter mano ai meccanismi istituzionali”.

In attesa delle grandi riforme, i tagli sono già partiti. E saranno visibili già al primo giorno di scuola: classi più piene, meno insegnanti di sostegno. “In effetti negli ultimi anni l’aumento del personale ha riguardato quasi esclusivamente i docenti di sostegno, soprattutto a Sud”, nota Bordignon. E i tagli a pioggia stanno gettando nel panico le famiglie di ragazzi diversamente abili, a Nord come a Sud. Senza contare l’aumento del numero degli alunni per classe: “La diversificazione territoriale è enorme, ci sono sicuramente spazi di intervento, ma non tener conto delle diversità e della complessità dei territori è sbagliato”, commenta Marco Rossi Doria, fondatore del progetto dei maestri di strada a Napoli, il quale sottolinea che al Sud il problema della scuola è ancora quello dei tanti che non ci vanno o ne escono senza alcun titolo: è proprio a Sud, dice, la gran parte dei 900 mila early school leavers italiani.

 

 

 Ingresso vietato “Entro il 2012 serviranno dai 70 ai 90 mila insegnanti in più, quasi tutti al Nord”, prevedeva il ‘Quaderno bianco’ sulla scuola pubblicato l’anno scorso. Nella scuola del nuovo governo quel numero scende a zero. Ma non essendo possibile licenziare prof e bidelli, come si farà a tagliare? Il meccanismo è noto: blocco del turn over. In sostanza, si blocca l’ingresso dei 75 mila precari che attendevano fuori dall’uscio. Non si entra più: tant’è che sono state chiuse improvvisamente, con emendamento notturno in Finanziaria, le Siss, le scuole di specializzazione per insegnare. Parallelamente, si spera in un consistente flusso in uscita: almeno pari a quello del 2005-2006, sui 25-30 mila all’anno. Ma l’anno scorso, a sorpresa, sono andati in pensione solo 17 mila docenti: la pensione al minimo, di questi tempi, non garantisce di arrivare a fine mese. Se la tendenza proseguirà, gli insegnanti ‘tagliati’ andranno in soprannumero e i risparmi potranno attendere. A meno che non si conti su un incentivo al pensionamento indotto proprio dalle novità organizzative. O dalla scure di Brunetta su prof lavativi o stanchi. Anche se, secondo le statistiche, le assenze medie per malattia nella scuola sono un po’ più basse che in altri comparti (9,66 giorni all’anno), anche qui varranno le regole della decurtazione dello stipendio (8-9 euro al giorno per i docenti, 20 per i dirigenti) e della visita fiscale dal primo giorno. A spese della scuola, naturalmente. Una scuola con 120-130 dipendenti dovrebbe ordinare 20 visite al mese e verrebbe a spendere, in media, dai 2 mila ai 3 mila euro all’anno in rimborsi alla Asl per le visite fiscali. Per fortuna, si legge sui siti per addetti ai lavori, le Asl non riusciranno mai a farle tutte queste visite. Sennò, per le scuole sarebbe un altro salasso.

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