Due studi interessanti

LABOUR MARKET FOR TEACHERS: DEMOGRAPHIC CHARACTERISTICS AND ALLOCATIVE MECHANISMS.

(IL MERCATO DEL LAVORO DEGLI INSEGNANTI: CARATTERISTICHE DEMOGRAFICHE E MECCANISMI ALLOCATIVI)

Gianna Barbieri (Ministero della Pubblica Istruzione) Piero Cipollone e Paolo Sestito (Banca d’Italia)

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td08/td672_08/td672/Sintesi_672.pdf

 

“Questo lavoro esamina le caratteristiche demografiche degli insegnanti in Italia, i loro comportamenti sul mercato del lavoro e i meccanismi di allocazione tra le varie scuole. (…) Le evidenze disponibili anche a livello internazionale mostrano come l’efficacia e l’efficienza del sistema scolastico dipendano in maniera essenziale da qualità e motivazione degli insegnanti e dagli incentivi che essi quotidianamente ronteggiano.” (…) I principali risultati al riguardo sono i seguenti:

1. Gli insegnanti risultano più vecchi del resto degli occupati e sono in prevalenza donne;

2. Nelle regioni meridionali, in particolare, gli insegnanti sono in genere più vecchi, meno istruiti e con voti di laurea o di diploma inferiori a quelli dei loro colleghi che operano nel resto del Paese.

3. Considerando il voto di laurea o di diploma, espresso in termini relativi rispetto alla propria coorte di appartenenza, emerge un voto relativo più basso tra gli insegnanti anziani.

4. la professione di insegnante si distingue nettamente dalle altre professioni per le dimensioni contenute dell’orario medio settimanale di lavoro e la maggiore diffusione di assenze temporanee dal lavoro.

5. l’inizio della carriera è caratterizzato da forte precarietà, con contratti a termine di durata inferiore rispetto al resto dell’economia, una più intensa ricerca di un altro lavoro e una più elevata probabilità di svolgere un secondo lavoro.

“I meccanismi di allocazione sono privi di verifiche sui comportamenti e sulla qualità e sono basati su

regole amministrative in cui l’anzianità accumulata garantisce prima l’assegnazione di un incarico temporaneo, poi l’accesso a un posto di ruolo e, infine, la mobilità verso la sede scolastica desiderata. In particolare gli autori costruiscono a livello di singola scuola tre indicatori relativi al turnover (quota degli insegnanti che entrano ed escono da una scuola ogni anno), al grado di mismatch (quota degli insegnanti di ruolo che desiderano abbandonare la scuola ove correntemente operano) e al livello di gradimento espresso verso ciascuna scuola (differenza tra insegnanti che chiedono il trasferimento verso una certa scuola e quanti vogliono lasciare quella scuola).” (…) La distribuzione geografica e per tipologia di scuole dei tre indicatori prima descritti è coerente con la percezione dei differenziali di qualità nel sistema e, per la scuola secondaria superiore, con i punteggi medi delle singole scuole nel test PISA. In particolare, l’apprendimento degli studenti risente negativamente sia del turnover degli insegnanti (e della relativa mancanza di continuità didattica), sia del mismatch (ovvero dello scarso attaccamento degli insegnanti alla scuola in cui operano); emerge invece in media un legame positivo con la preferenza manifestata dagli insegnanti per le singole scuole (che segnala come gli insegnanti sembrino in grado di identificare le scuole migliori, verso cui muoversi).

   

DOES THE EXPANSION OF HIGHER EDUCATION INCREASE THE EQUALITY OF EDUCATIONAL PORTUNITIES? EVIDENCE FROM ITALY.

(L’ESPANSIONE DEL SISTEMA UNIVERSITARIO AUMENTA L’UGUAGLIANZA NELLE OPPORTUNITÀ DI ISTRUZIONE? IL CASO ITALIANO)

Massimiliano Bratti (Università di Milano), Daniele Checchi (Università di Milano) e Guido de Blasio (Banca d’Italia)

http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/econo/temidi/td08/td679_08/td679/sintesi_679.pdf

 

Il lavoro intende valutare se l’espansione dell’offerta universitaria, realizzata in Italia nello scorso decennio, abbia ridotto la disuguaglianza tra fasce sociali nelle opportunità di acquisire istruzione universitaria nel nostro Paese. A fronte di una sostanziale immobilità nell’offerta universitaria italiana nel corso degli anni ottanta, gli anni novanta sono stati caratterizzati da una forte espansione dell’offerta, sia sul territorio, grazie all’apertura di nuove sedi, sia in termini di varietà di corsi di laurea offerti.

Mentre nel 1990 soltanto 104 città potevano vantare la presenza di una sede universitaria, nel 2000 il numero era circa raddoppiato (196).

Nello stesso periodo, il numero di corsi di laurea quadriennali o quinquennali è passato da 898 a 1.321. Alla base di questa espansione vi è stata una serie di riforme, che hanno progressivamente aumentato l’autonomia statutaria prima e finanziaria e didattica, poi, degli Atenei italiani.” (…) “Dal punto di vista teorico è lecito attendersi effetti positivi, sull’accessibilità dell’istruzione universitaria alle diverse fasce sociali, sia dall’espansione degli Atenei sul territorio sia dalla diversificazione dell’offerta didattica.” (…) “I risultati suggeriscono che l’espansione dell’offerta abbia avuto un ruolo modesto nel favorire l’uguaglianza delle opportunità di istruzione.

L’espansione avrebbe infatti aumentato la probabilità di iscriversi e permanere all’università, ma non quella di laurearsi.” (…). “Nell’insieme, i risultati del lavoro – (…) – suggeriscono alcune possibili interpretazioni. Una prima possibilità è che l’espansione abbia stimolato le iscrizioni degli studenti meno abili e motivati, che hanno elevati tempi di laurea ed una maggiore probabilità di abbandonare il corso di studi intrapreso, specialmente qualora ricevano al contempo un’offerta lavorativa. Una seconda possibilità è che gli Atenei non siano stati in grado di sfruttare appieno l’autonomia per aumentare l’efficienza del sistema formativo, in particolare per quanto riguarda i tassi di conseguimento dei titoli in presenza di un forte aumento delle iscrizioni.”

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