Scuola e linguaggi

Linguaggi a scuola:

ministeriale, burocratese, didattichese?

I giornali, invece…

Il Miur usa un suo linguaggio, che varia al variare dei contenuti e delle occasioni: si va dal ministeriale, al burocratese, al didattichese.

Il didattichese, spesso, è usato anche da “specialisti veri”e “specialisti fai da te” (della didattica) e dai docenti: quando scrivono o parlano, tra di loro, di questioni didattiche.

Ma, generalmente, quando un docente parla con gli studenti non usa questo linguaggio e parla per farsi capire (che ci riesca o no, è un altro discorso, per altro sempre interessante).

Il Corriere della sera riporta un intervento di Gian Antonio Stella proprio su questo tema. Si tratta, ovviamente, di un articolo caratterizzato dalla forte ironia, per mettere sotto accusa il linguaggio del Miur che, con la ministra Fedeli, ha raggiunto il record dei 59 “Visto…” (per un totale di 49 pagine e 23285 parole) nell’Ordinanza relativa agli Esami di stato: ironia ampiamente meritata.

E fino a qui, siamo tutti d’accordo; tanto che qualche giorno fa ho fatto notare il caos creato dal capitolo delle “Abrogazioni” che chiude il decreto sulla valutazione recentemente approvato dal Governo.

Ma ad un certo punto, come spesso capita a chi vuole passare dall’ironia all’argomentazione seria, Gian Antonio Stella sbaglia mira, e se la prende con la “scuola militante”:

“Si dirà: non sono testi per gli studenti ma per gli specialisti. Al massimo per i professori. Sarà… Ma una scuola che ai suoi massimi vertici scrive in questo modo ottusamente burocratico come può poi avere un linguaggio diverso nelle aule? Quando mai correggerà, una scuola così, un alunno convinto che l’uso di «attizio», «attergare», «obliterare», sia un segno di preparazione, diligenza, profondità culturale?

E qua anche la stella di Stella smette di brillare, perché nelle aule – inevitabilmente – il linguaggio è diverso e da decenni anche gli insegnanti ironizzano sul linguaggio ministeriale (utilizzato nei documenti burocratico-gestionali, ma spesso anche in quelli didattici: e non solo a Roma, ma anche in periferia).

Non so se nella critica di Stella vi sia un richiamo al recente documento dei 600 docenti universitari, secondo i quali la scuola non insegna più a scrivere; può essere che un nesso vi sia (anche se non esplicitato): ma questa (dei giovani e la scrittura/lettura) è una questione seria, che non può essere affrontata con l’ironia o con la satira (anche se in Italia, ormai, i comici hanno assunto un ruolo fondamentale).

E del resto, se liberassimo gli articoli di giornale dalle ridondanze retoriche di cui sono infarciti i commenti e dalle opinioni che ingarbugliano le cronache e confondono i fatti, cosa resterebbe?

E allora, cominci Stella ad ironizzare sui suoi colleghi (e non solo sui documenti emanati dallOrdine dei giornalisti, ma sugli articoli scritti dai giornalisti veri).

Invalsi, valutazione, esami.

Prove Invalsi, Esame di stato, Diploma e Curriculum.

Una delle novità previste dal decreto sulla valutazione recentemente approvato, prevede che al diploma conseguito con l’esame di stato sia allegato il curriculum dello studente, in cui sono riportati anche, in forma descrittiva, i livelli di apprendimento conseguiti nella prove Invalsi, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione (Italiano e Matematica; discorso diverso per la certificazione dell’Inglese).
Sulla questione ho già espresso i miei dubbi.
(https://scuolacontroscuola.wordpress.com/2017/04/12/esami-di-stato-2-ciclo-2/)
Questi dubbi, però, sono confermati dal materiale informativo distribuito dall’Invalsi alle scuole per le prove che si stanno svolgendo in questi giorni.
Nel materiale informativo (facilmente reperibile nel sito dell’Invalsi) si precisa che:

  1. La rilevazione degli apprendimenti di base mediante le prove INVALSI nasce dall’esigenza di dotare il Paese di un sistema di valutazione dei risultati conseguiti dalla Scuola in linea con le esperienze più avanzate a livello internazionale;
  2. la valutazione del sistema scolastico è da intendersi come un’infrastruttura stabile e consolidata che consenta di migliorare progressivamente i livelli di apprendimento nella Scuola e, di conseguenza, le opportunità di sviluppo e di crescita dell’intero Paese;
  3. La rilevazione degli apprendimenti di base mediante le prove INVALSI è guidata dalla duplice esigenza di migliorare, da un lato, l’efficacia della Scuola per le fasce più deboli della popolazione scolastica e, dall’altro, di far emergere e diffondere le esperienze di eccellenza presenti nel Paese.
  4. Le prove standardizzate proposte dall’Invalsi non si pongono in antitesi con la valutazione formativa e sommativa quotidianamente realizzata all’interno delle scuole, ma vogliono solo rappresentare un utile punto di riferimento esterno per integrare gli elementi di valutazione attualmente esistenti;
  5. Sempre in questa prospettiva, è cruciale che la rilevazione degli apprendimenti di base mediante le prove INVALSI tenga in adeguata considerazione le condizioni e le caratteristiche degli studenti oggetto di analisi periodica, puntando a fornire in prospettiva, accanto a valutazioni in termini assoluti, anche valutazioni di valore aggiunto;
  6. agli alunni bisogna spiegare che debbono cercare di impegnarsi a fare il meglio possibile e che non debbono in nessun modo cercar di copiare o suggerire le risposte, dicendo loro, se ritenuto opportuno, che non verrà dato alcun voto per lo svolgimento della prova; quindi anche se le prove dovessero offrire evidenze negative, non vi saranno conseguenze.
  7. Dal collegamento e dall’analisi di tutti i dati raccolti, sarà possibile avere un panorama del funzionamento del sistema scolastico nazionale che sia veramente in grado di contribuire al suo miglioramento anche per prendere decisioni di politica educativa su una base razionale.
I sette punti sopra elencati, spiegano in modo chiaro e conciso il significato e gli obiettivi delle prove standardizzate: uno strumento per l'analisi del sistema scolastico e per il suo miglioramento.
A completamento, voglio aggiungere che ci hanno sempre detto (e noi, a nostra volta, abbiamo sempre sostenuto) che i risultati grezzi (i valori assoluti) delle prove standardizzate possono creare una pericolosa (e inutile) classificazione di valore tra studenti che vivono in condizioni nettamente diverse per contesti sociali, familiari e culturali e istituti scolastici che svolgono la loro opera in contesti spesso degradati o comunque molto difficili.
Per superare queste discriminazioni di contesto, è stato introdotto il concetto di “valore aggiunto”, per misurare il contributo della scuola al superamento delle condizioni iniziali e al raggiungimento di risultati positivi rispetto al punto di partenza.
Ma non risulta che il “valore aggiunto” venga allegato al curriculum dello studente: resta solo la classificazione nella graduatoria.
In questo modo si mette in secondo piano il valore comparativo delle prove standardizzate, come strumento per l'analisi e il miglioramento del sistema (dal ministero, alle Regioni alle singole scuole autonome) e si assegna di fatto a quelle prove un valore di valutazione individuale che può entrare in conflitto con le valutazioni espresse dai docenti e dalle commissioni d'esame.
Insomma, pane fresco per la demagogia egualitaria e pauperistica di quegli insegnanti che rifiutano ogni sistema di valutazione e di quegli studenti che pensano alla scuola come luogo dell'assistenza sociale.
In conclusione, come ho già detto, “sarebbe stata sufficiente l’obbligatorietà della partecipazione alle prove (con eventuale comunicazione agli studenti della loro collocazione nella scala dei risultati); sarebbe stato comunque un notevole passo in avanti, per la scuola italiana.”

Insegnare la storia, imparare la storia, conoscere la storia.

La storia, tra insegnamento e apprendimento.

Interessante intervista, su La stampa del 21 aprile u. s., al prof. Luciano Canfora sul tema dell’insegnamento della storia: non all’Università, ma a scuola (forse con un’attenzione particolare per le Superiori).

La premessa ci viene ricostruita da un articolo di Mattia Feltri (sempre la Stampa).

Mattia Feltri per ‘la Stampa

«A scuola studiamo gli assiri e i babilonesi e poi accendiamo la tv e ci accorgiamo di non sapere nulla di quello che succede in Siria o in Medio Oriente». Lo ha detto Bernard Dika, presidente del parlamento degli studenti di Toscana, al ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli.

Dika è molto stupito (come lo eravamo noi a nostri tempi) che i programmi di storia si fermino alla Seconda guerra mondiale, di modo che ai ragazzi è impedito di comprendere i fatti della contemporaneità. Un ministro avrebbe chiarito a Dika che la scuola non spiega ai ragazzi la contemporaneità (quello lo fanno tv e giornali, e se non ci si fida di tv e giornali ci sono approfondimenti a migliaia su Internet, o addirittura nelle biblioteche e nelle librerie) ma piuttosto gli dà le basi necessarie per comprenderla.

La scuola non informa, istruisce. Quindi meno babilonesi e più attualità è una sciocchezza, perché se non si studiano i babilonesi non si capisce il Medio Oriente di oggi, se non si studia Odino non si capiscono nazismo e razzismo, se non si studia Pericle non si capiscono i fondamenti della democrazia, se non si studia Giustiniano non si capisce il diritto come scienza umana dell’Occidente.

Questo avrebbe detto un ministro, e non importa se senza laurea, purché con un’idea del proprio ruolo. Invece Fedeli si è molto complimentata con Dika e ha promesso di interessarsi alla modifica dei programmi: meno babilonesi e più attualità. È che un ragazzo ha il diritto di essere un ragazzo, mentre un ministro ha il dovere di essere un ministro.

Luciano Canfora, in un’intervista, riprende la questione

“CARA MINISTRA NON BUTTIAMO A MARE I SUMERI” (Elisabetta Pagani per la Stampa)

 La storia insegnata a scuola si ferma spesso poco più in là del Secondo conflitto mondiale, arrivando al massimo a lambire la Guerra Fredda. Gli studenti, ciclicamente, se ne lamentano: troppa attenzione sul passato, col risultato di escludere la contemporaneità e rendere difficile la comprensione del presente. (…)

 Limitare – non cancellare – lo studio degli Assiri, come auspica lo studente, per dare spazio alla seconda metà del Novecento e a quello che succede da quelle parti oggi, la guerra in Siria? «È una contestazione che si sentiva già nel ’68», premette Luciano Canfora, filologo classico e storico antichista, con un occhio sempre vigile sulle vicende del presente, «e per citare un personaggio molto caro a quell’epoca, il presidente Mao, rispondo che la storia non si può tagliare a pezzi, non si può mutilare».

(Continua la lettura, link)

Commenti (brevi):

  1. Mattia Feltri è un giornalista, non so se sia un insegnante di Storia e se conosca gli studenti e il mondo della scuola; probabilmente no, vista la serie di dabbenaggini che mette in fila. Purtroppo il giornalismo italiano ha le sue colpe nel degrado della scuola, legate alla presunzione e alla gratuità dei commenti.
  2. Il prof. Canfora, a mio avviso, conosce certamente bene la Storia, ma sembra conoscere meno approfonditamente il mondo della scuola (che, tra l’altro, non è fatto solo di licei e liceali); e quindi, sa certamente cosa significa insegnare la Storia all’università, ma dà l’impressione di non essere pratico di insegnamento alle superiori.
  3. Che la conoscenza della storia sia importante per capire il presente, è certo; ma questa resta un’affermazione di principio, quando non si fanno i conti con la realtà; e la realtà è fatta di: a. un monte ore di lezione già sufficientemente pesante; b. un numero spesso eccessivo di materie insegnate; c. programmi sovradimensionati; c. libri di testo che non educano alla sintesi.
  4. E i docenti? Sono adeguatamente preparati e formati? E motivati?
  5. In questo marasma generale si muovono gli insegnanti: tra professoroni universitari che sanno tutto; libri monumentali che intimidiscono e apparati ricchissimi che smorzano ogni volontà di ricerca; curricoli sovradimensionati, in una scuola in cui si fanno (giustamente) tante cose; il tutto in un mondo sempre più complesso e veloce, con strumenti di comunicazione e di informazione che massimizzano la difficoltà di decodificazione.
  6. E in questo caos tutt’altro che calmo, c’è chi pensa che si debba studiare la storia come cinquant’anni fa.

Le domande da porsi (periodicamente) per insegnare con efficacia la Storia (a scuola):

  1. Perché si studia e si insegna la Storia a scuola?
  2. Quale spazio deve occupare lo studio della Storia, nel complesso delle discipline che uno studente deve affrontare?
  3. Cosa deve sapere un giovane, del passato, per orientarsi nel presente?
  4. E poi: quante e quali conoscenze e abilità sono necessarie per sviluppare le competenze? (E non entro nel merito delle competenze).
  5. Quale spazio deve essere riservato (e con quale scopo) alla ricerca storiografica?
  6. Come deve essere strutturato un testo scolastico di Storia per le superiori?
  7. Quale la funzione degli apparati on line, degli ipertesti e della multimedialità?
  8. Considerata l’improbabilità che venga aumentato il monte ore di lezione dedicato all’insegnamento della Storia, cosa si può realisticamente fare con l’orario attuale?

Sì, lo so, è tutta roba vecchia. Ma qua non si fa un passo avanti.

Esami di Stato (2° ciclo). 3°

Novità (dal 2018-2019): un po’ alla volta.

Le abrogazioni.

abrogato

Il nuovo Decreto sulla valutazione (http://www.orizzontescuola.it/wp-content/uploads/2017/04/decreto_valutazione.pdf) prevede anche alcune abrogazioni; ecco le norme abrogate:

(…)

3. Con effetto a partire dal 1° settembre 2017 sono disposte le seguenti abrogazioni:

a) articoli 146, comma 2, 179, comma 2, e 185, commi 3 e 4, del decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297;

b) articolo 8, commi 1, 2 e 4, e articolo 11, commi da 1 a 6, del decreto legislativo 19 febbraio 2004, n. 59;

c) articolo 3, commi 1, 1 bis, 2, 3 e 3 bis del decreto legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito nella legge 30 ottobre 2008, n. 169;

d) articolo 1, comma 4, del decreto legge 7 settembre 2007, n. 147 convertito, con modificazioni dalla legge 25 ottobre 2007, n. 176.

4. Con effetto a partire dal 1° settembre 2018 sono disposte le seguenti abrogazioni:

a) articoli 1, 2, commi da 1 a 7, 3, 4, commi da 1 a 9 e 11 e 12, nonché articoli 5 e 6 della legge 10 dicembre 1997, n. 425;

b) articolo 3, comma 1, lettera c), della legge 28 marzo 2003, n. 53.

5. Con effetto a partire dal 1° settembre 2017 le disposizioni di cui agli articoli 7, 9, comma 1, 10, comma 1, e 13 del decreto del Presidente della Repubblica 22 giugno del 2009, n. 122, nonché l’articolo 2, comma 2, e 3 del decreto legge 1° settembre 2008, n. 137, convertito nella legge 30 ottobre 2008, n. 169 cessano di avere efficacia con riferimento alle istituzioni scolastiche del primo ciclo di istruzione.

6. Con effetto a partire dal 1° settembre 2017 cessano di avere efficacia:

a) gli articoli 1, 2, 3, 8, comma 1, articolo 9, commi 2, 3 e 4, articolo 14, commi 1 e 2, del decreto del Presidente della Repubblica 22 giugno del 2009, n. 122.

Con effetto a partire dal 1° settembre 2018 cessano di avere efficacia:

a) le disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 23 luglio 1998, n. 323, fatto salvo l’articolo 9, comma 8;

b) gli articoli 6, 8, commi da 3 a 6, articolo 9, commi 5 e 6, articolo 10, comma 2, articolo 11, articolo 14, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 22 giugno del 2009, n. 122.

Riflessione

Il Testo Unico è del 1997; da allora la scuola è stata modificata a forza di leggi finanziarie e interventi estemporanei che, ovviamente, hanno comportato l’adeguamento e la modifica di altre norme.

In definitiva non è facile capire quale sia la normativa effettivamente vigente su un determinato argomento in un determinato momento.

Ciò comporta:

  1. la svalutazione e conseguente sottovalutazione della normativa;
  2. la deresponsabilizzazione del personale;
  3. la deresponsabilizzazione dei Dirigenti;
  4. la presenza esorbitante dei Tar (e degli avvocati) in ogni ambito della vita scolastica;
  5. l’offerta di cavilli giuridici ai sindacati più corporativi e litigiosi, che poco o nulla hanno da dire sulla qualità della scuola.

Insomma, un caos normativo; a cui si aggiungono gli accordi sindacali, che riescono ad interrompere l’applicazione delle leggi (con il complice accordo di chi ha fatto quelle leggi e la connivenza dei governi).

Per concludere, torna sempre utile la riflessione ironica ed amara che Dante rivolgeva a Firenze ma che, nell’universalismo della poesia, possiamo pensare riferita anche all’Italia attuale:

Atene e Lacedemona, che fenno 
l’antiche leggi e furon sì civili, 
fecero al viver bene un picciol cenno                            141

verso di te, che fai tanto sottili 
provedimenti, ch’a mezzo novembre 
non giugne quel che tu d’ottobre fili.                             144

Quante volte, del tempo che rimembre, 
legge, moneta, officio e costume 
hai tu mutato e rinovate membre!                                  147

E se ben ti ricordi e vedi lume, 
vedrai te somigliante a quella inferma 
che non può trovar posa in su le piume, 

ma con dar volta suo dolore scherma.

Ah… e per fortuna siamo in vigenza del vecchio Titolo V° della Costituzione (non modificato dal Referendum), nell’ambito del quale assume valore costituzionale l’autonomia scolastica, per cui allo Stato restano competenze specifiche solo per quanto concerne le norme generali, i principi fondamentali e i livelli essenziali delle prestazioni.

Esami di stato (2° ciclo). 2°

Esami di stato (2° ciclo). 2°

Novità (dal 2018-2019): un po’ alla volta.

Le prove Invalsi

Ecco il testo del decreto:

Articolo 19 (Prove scritte a carattere nazionale predisposte dall’INVALSI)

  1. Le studentesse e gli studenti iscritti all’ultimo anno di scuola secondaria di secondo grado sostengono prove a carattere nazionale, computer based, predisposte dall’INVALSI, volte a verificare i livelli di apprendimento conseguiti in italiano, matematica e inglese, ferme restando le rilevazioni già effettuate nella classe seconda, di cui all’articolo 6, comma 3, del decreto del Presidente della Repubblica 28 marzo 2013 n. 80. Per le studentesse e gli studenti risultati assenti per gravi motivi documentati, valutati dal consiglio di classe, è prevista una sessione suppletiva per l’espletamento delle prove.
  2. Per la prova di inglese, l’INVALSI accerta i livelli di apprendimento attraverso prove di posizionamento sulle abilità di comprensione e uso della lingua, coerenti con il Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue, eventualmente in convenzione con gli enti certificatori, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.
  3. Le azioni relative allo svolgimento delle rilevazioni nazionali costituiscono per le istituzioni scolastiche attività ordinarie d’istituto.

L’art. 21 stabilisce che gli esiti delle prove Invalsi vengono inseriti nel curriculum dello studente:

Articolo 21 (Diploma finale e curriculum della studentessa e dello studente)

  1. Il diploma finale rilasciato in esito al superamento dell’esame di Stato, anche in relazione alle esigenze connesse con la circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea, attesta l’indirizzo e la durata del corso di studi, nonché il punteggio ottenuto.
  2. Al diploma è allegato il curriculum della studentessa e dello studente, in cui sono riportate le discipline ricomprese nel piano degli studi con l’indicazione del monte ore complessivo destinato a ciascuna di esse. In una specifica sezione sono indicati, in forma descrittiva, i livelli di apprendimento conseguiti nella prove scritte a carattere nazionale di cui all’articolo 19, distintamente per ciascuna delle discipline oggetto di rilevazione e la certificazione sulle abilità di comprensione e uso della lingua inglese. Sono altresì indicate le competenze, le conoscenze e le abilità anche professionali acquisite e le attività culturali, artistiche e di pratiche musicali, sportive e di volontariato, svolte in ambito extra scolastico nonché le attività di alternanza scuola-lavoro ed altre eventuali certificazioni conseguite, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 1, comma 28, della legge 13 luglio 2015, n. 107, anche ai fini dell’orientamento e dell’accesso al mondo del lavoro.
  3. Con proprio decreto il Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca adotta i modelli di cui ai commi precedenti.

Aspetto positivo: finalmente le prove Invalsi vengono svolte anche nella classe terminale ed estese alla lingua inglese.

Come si sa, in Italia non è stato facile far digerire le prove comparative ad una cultura scolastica spesso impregnata di ideologismo egualitario; in questi anni, infatti, molte sono state le contestazioni e i boicottaggi, con connessa strumentalizzazione degli studenti da parte di frange di docenti. Per non parlare delle falsificazioni e dei suggerimenti che talvolta hanno vanificato le prove stesse. Oltre tutto, ancora non si è diffusa una adeguata consapevolezza e conoscenza degli strumenti necessari per interpretare i risultati, e la pratica della valutazione dei risultati da parte delle scuole è ancora molto parziale e certamente inadeguata.

Il dato positivo, comunque, è che le prove si faranno e diventeranno una premessa indispensabile per l’ammissione all’esame.

Positiva anche l’introduzione della prova in Inglese, con riferimento al Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue (il cui esito, giustamente, viene inserita nel curriculum).

Aspetto critico: la previsione che i risultati analitici delle prove Invalsi siano inseriti nel curriculum dello studente.

Solo per l’inglese, avrei optato per l’inserimento della valutazione nel curriculum: in fondo è ciò che spesso si fa privatamente e volontariamente.

Vari argomenti inducono a pensare che questa sia una previsione intempestiva, in un Paese che deve ancora accettare le prove comparative come strumento in un sistema di autovalutazione e miglioramento.

Ci sono argomenti di ordine tecnico: abbiamo sempre che la prove Invalsi hanno un valore comparativo e non servono per valutare studenti e docenti, ma sono utili come analisi di sistema; inoltre abbiamo sempre sottolineato il fatto che i dati assoluti possono essere fuorvianti, non chiariscono molti aspetti del processo di apprendimento, a partire dal valore aggiunto della scuola, e non delineano il percorso fatto dallo studente.

Ci sono poi argomenti di carattere politico: inutile alimentare altre polemiche, quando si può finalmente intraprendere un percorso di adeguamento alla cultura comparativa, con relativa valorizzazione del merito.

A mio avviso, quindi, sarebbe stata sufficiente l’obbligatorietà della partecipazione alle prove (con eventuale comunicazione agli studenti della loro collocazione nella scala dei risultati); sarebbe stato comunque un notevole passo in avanti, per la scuola italiana.

Esami di stato (2° ciclo). 1°

Esami di stato (2° ciclo). 1°

Novità (dal 2018-2019): un po’ alla volta.

La prima prova, come cambia.

Ecco il testo del Decreto appena approvato:
“La prima prova, in forma scritta, accerta la padronanza della lingua italiana o della diversa lingua nella quale si svolge l’insegnamento, nonché le capacità espressive, logico-linguistiche e critiche del candidato. Essa consiste nella redazione di un elaborato con differenti tipologie testuali in ambito artistico, letterario, filosofico, scientifico, storico, sociale, economico e tecnologico. La prova può essere strutturata in più parti, anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare della comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre che della riflessione critica da parte del candidato.”

Sottolineo:
“…redazione di un elaborato con differenti tipologie testuali in ambito…….” (ed elenca otto ambiti).

Praticamente non si capisce niente: rispetto a oggi, potrebbe cambiare nulla o cambiare tutto.

E quindi, il Decreto si rimanda ad un atto successivo:
“Con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca sono definiti, nel rispetto delle vigenti Indicazioni nazionali e Linee guida, i quadri di riferimento per la redazione e lo
svolgimento delle prove di cui ai commi 3 e 4, in modo da privilegiare, per ciascuna disciplina, i nuclei tematici fondamentali.”

Ribadisco: il Decreto appena approvato rimanda ad un altro Decreto per i chiarimenti necessari.
Poi, probabilmente, avremo le Ordinanze, le Circolari e le Note.
Le solite scatole cinesi della normativa italiana.

E comunque 1: significa ci sarà una discussione sulle tipologie testuali? O qualcuno deciderà se mantenere le tipologie attuali o come modificarle?

E comunque 2: sarà una prova unica per tutti i corsi di studio, o sarà diversificata?

La vera novità, per il momento, è questa:
“Al fine di uniformare i criteri di valutazione delle commissioni d’esame, con il decreto di cui al comma 5, sono definite le griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi previsti dall’articolo
18, comma 2, relativamente alle prove di cui ai commi 3 e 4. Le griglie di valutazione consentono di rilevare le conoscenze e le abilità acquisite dai candidati e le competenze nell’impiego dei
contenuti disciplinari.”

E comunque 3: le griglie saranno uniche per tutti i corsi di studio, o saranno diversificate?

E comunque 4: chi deciderà come sviluppare le questioni sopra elencate? Il Ministro? I Sottosegretari? I Dirigenti del Miur? I docenti universitari? Gli esperti?

In conclusione: la prima prova prevista dall’attuale Esame di Stato merita di essere ampiamente rivista, ma bisognerebbe partire da un’analisi seria, che non mi risulta sia stata fatta.

2. Esame di Stato – 2° ciclo. Come cambia?

Esame di Stato 2° ciclo.

… ma vedremo il risultato finale.

 

Ricapitolando, cosa prevede lo schema di decreto, per l’Esame di stato del 2° ciclo?

  • Requisiti per l’ammissione:

    1. frequenza di almeno 3/4 delle lezioni;

    2. partecipazione alle prove Invalsi della classe Quinta;

    3. svolgimento dell’alternanza negli ultimi tre anni;

    4. media del 6 (compreso il voto di comportamento).

  • Punteggio:

    1. 40 punti max di Credito

    2. 20 punti per ogni prova scritta e orale (2+1)

    3. modalità per attribuzione punteggio integrativo (5 punti) e lode.

  • Prove:

    1. La prima prova, in forma scritta, accerta la padronanza della lingua italiana o della diversa lingua madre nelle scuole speciali di minoranza linguistica, nonché le capacità espressive, logico­ linguistiche e critiche del candidato, consentendo la libera espressione della personale creatività. Essa consiste nella redazione di un testo di tipo argomentativo riguardante temi di ambito artistico, letterario, fi1osofico, scientifico, storico, sociale, economico e tecnologico. La prova può essere strutturata in più parti, anche per consentire la verifica di competenze diverse, in particolare la comprensione degli aspetti linguistici, espressivi e logico-argomentativi, oltre la riflessione critica da parte del candidato.

    2. La seconda prova, in forma scritta, grafica o scritto-grafica, compositivo/esecutiva musicale e coreutica, ha per oggetto una o più discipline caratterizzanti il corso di studio ed è intesa ad accertare le conoscenze, le abilità e le competenze attese dal profilo educativo culturale e professionale dello studente dello specifico indirizzo.

    3. Il colloquio ba la finalità di accertare il conseguimento del profilo culturale, educativo e professionale dello studente. A tal fine la Commissione propone al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l’acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera. Nell’ambito del colloquio il candidato espone, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l’esperienza di alternanza scuola-lavoro svolta nel percorso di studi.

  • Valutazione delle prove d’esame:

    1. Griglie di valutazione nazionali per le prove scritte: “AI fme di uniformare i criteri di valutazione delle commissioni d’esame, con il decreto di cui al comma 4, sono definite le griglie di valutazione per l’attribuzione dei punteggi previsti dall’articolo 20, comma 2, relativamente alle prove di cui ai commi 2 e 3. Le griglie di valutazione consentono di rilevare le conoscenze e le abilità acquisite dai candidati e le competenze nell’impiego dei contenuti disciplinari.”

  • Invalsi

    1. Gli studenti iscritti all’ultimo anno di scuola secondaria di secondo grado sostengono prove a carattere nazionale (…) predisposte dall’INVALSI, volte a verificare i livelli di apprendimento conseguiti in italiano, matematica e inglese, ferme restando le rilevazioni già effettuate nella classe seconda (…)

    2. Per la prova di inglese, l’INVALSI accerta i livelli di apprendimento attraverso test di posizionamento in modalità adattiva sulle abilità di comprensione e uso della lingua, coerenti con il Quadro Comune di Riferimento Europeo per le lingue.

    3. L’esito della prove sostenute nell’ultimo anno viene riportato, distintamente per ciascuna disciplina oggetto di rilevazione, in una specifica sezione all’interno del curriculum dello studente di cui al successivo articolo 23.

    4. Le azioni relative allo svolgimento delle rilevazioni nazionali costituiscono per le istituzioni scolastiche attività ordinarie d’istituto.

  • 5. Le Università, sulla base della propria autonomia, possono tenere a riferimento per l’accesso ai percorsi accademici, i livelli di competenza conseguiti nelle discipline oggetto delle prove di cui al comma l.

Nota: la Commissione del Senato propone di eliminare i n. 3 e 5