Ancora l’OCSE, ancora la scuola italiana sotto accusa.

“Verso scuole migliori e opportunità più eque per l’apprendimento”.

I risultati dell’indagine Ocse

I risultati medi degli studenti italiani sono tra i più scarsi nell’area OCSE (per esempio, gli studenti italiani di 15 anni sono indietro di 2/3 di anno scolastico nelle scienze rispetto alla media europea e di 2 anni rispetto ai migliori, i Finlandesi).

Soltanto la metà della popolazione attuale nel nostro Paese ha completato l’istruzione secondaria superiore ( a confronto di 2/3 della popolazione nell’area OCSE).

Le prestazioni della scuola variano molto tra una regione e l’altra, in particolare tra nord e sud.

Costi elevati e pochi incentivi.

Elevata spesa per studente. Le scuole italiane spendono per ciascun studente molto di più degli altri paesi Ocse ma i rendimenti in termini di istruzione sono più scarsi

* Questo succede perché: esistono tante classi poco numerose e tante ore d’insegnamento.

Gli studi dimostrano che i 2 elementi incidono sul miglioramento dei risultati in maniera minima;

* Mancano incentivi alle scuole per il miglior uso e ottimizzazione delle risorse disponibili.

* Il costo più elevato dell’istruzione italiana è ampiamente dovuto al rapporto insegnante per studente, che è del 50% più alto (9,6 insegnanti ogni 100 studenti in Italia, rispetto a 6,5 insegnanti nell’area OCSE).

* La quota di spesa in conto capitale riflette una mancanza di investimento in edifici e infrastrutture, particolarmente scarse nel sud del Paese.

Gli insegnanti italiani secondo il rapporto Ocse:

* la motivazione principale per accedere alla professione sembra essere soltanto l’elevata sicurezza del posto di lavoro. Sono gli insegnanti a scegliere le scuole, non le scuole a scegliere gli insegnanti come avviene nel resto d’Europa;

* in Italia rispetto agli altri paesi europei l’avanzamento di carriera avviene solo per anzianità;

* circa la metà degli insegnanti si sposta da una scuola all’altra ogni anno.

Mancanza di valutazione

* Valutazioni a livello nazionale vengono condotte a campione;

* solo per la scuola secondaria di primo grado esiste una prova nazionale standard;

* a differenza di quasi tutti i Paesi OCSE, gli allievi sono per lo più valutati dai propri insegnanti. Occorre quindi introdurre una valutazione esterna. Per l’esame finale di istruzione secondaria superiore i candidati non sono valutati da una commissione completamente esterna e non ci sono prove esterne.

Per il rapporto Ocse per migliorare la scuola italiana è necessario:

* Interagire anche direttamente con gli istituti scolastici e gli insegnanti per promuovere i principi della riforma;

* Promuovere il dibattito pubblico informato sui vantaggi della riforma;

* Assumere un approccio integrato che tenga conto dei vari livelli di governance come previsto dalla struttura del federalismo fiscale;

* Coinvolgere tutti gli attori del sistema scuola nel processo di riforma;

* Introdurre incentivi. L’OCSE raccomanda: “di specificare standard chiari di risultati e successi e offrire migliori test, monitoraggio e linee guida per la conformità a livello nazionale”, poiché:

* Per migliorare la qualità dell’insegnamento è necessaria una maggiore motivazione all’insegnamento;

* In generale la motivazione degli insegnanti italiani sembra essere relativamente debole;

* Dare maggiore autonomia di gestione delle scuole ai dirigenti scolastici, anche nella selezione, valutazione e nello sviluppo di carriera degli insegnanti;

* E’ preferibile legare gli aumenti di stipendi a buone prestazioni, piuttosto che aumentare gli stipendi a tutti gli insegnanti incondizionatamente. Introdurre meccanismi di valutazione per migliorare la qualità dell’insegnamento: La maggior parte dei Paesi esegue una valutazione annuale degli insegnanti in modi e forme diverse:

* gli strumenti di valutazione comprendono l’osservazione della classe, la documentazione sugli insegnanti, interviste e informazioni sull’apprendimento degli studenti;

* considerare i risultati degli studenti ottenuti nel tempo per identificare il contributo di insegnanti e scuole all’apprendimento è una strategia utile;

* la ricertificazione periodica delle capacità di insegnamento è una procedura di valutazione alternativa;

* fino ad ora non esiste una certificazione formale d’ingresso alla professione;

* data l’assenza di valutazioni della prestazione, una strategia iniziale potrebbe includere l’uso dei risultati dei test di valutazione nazionali e degli esami riformati oltre che del giudizio del dirigente scolastico;

* il concorso per “diventare di ruolo” potrebbe essere un modello o il nuovo sistema di formazione degli insegnanti pianificato potrebbe includere l’offerta di ricertificazione;

* le riforme volte al miglioramento dell’efficienza possono sostenere aumenti di stipendi per gli insegnanti più meritevoli.

Raccomandazioni dell’Ocse In base ai risultati del rapporto sulla scuola italiana l’Ocse propone alcuni suggerimenti per migliorare il sistema di’istruzione italiano Contenere la spesa:

* Aumentare il numero degli studenti per classe, minimizzando il numero di classi all’interno dell’istituto scolastico e raggruppando gli istituti piccoli;

* La riduzione delle ore di insegnamento deve essere limitata alle materie non obbligatorie ed evitare le ore relative alle discipline delle aree matematico-scientifico-tecnologiche, soprattutto negli istituti di istruzione e formazione professionale.;

* Reinvestire i risparmi ottenuti in politiche volte a migliorare i risultati. Migliorare l’assunzione di responsabilità e l’autonomia:

* Migliorare la valutazione esterna delle scuole o offrire supporto speciale alle scuole perché ne tengano conto.

I test di valutazione nazionali dovrebbero essere mantenuti ma estesi a tutte le scuole italiane.

Gli esami nazionali alla fine dell’istruzione secondaria inferiore e superiore dovrebbero essere completamente trasformati in esami esterni con standard nazionali.

* Valutare periodicamente la prestazione degli insegnanti, attraverso i risultati delle valutazioni esterne delle scuole, il giudizio del dirigente scolastico e possibilmente attraverso l’attività dell’ispettorato regionale o nazionale.

* Premiare gli insegnanti più meritevoli attraverso incrementi di salario e avanzamento di carriera, offrire formazione obbligatoria per gli insegnanti non efficaci e infine licenziare i casi estremi.

Migliorare la qualità dell’insegnamento:

* Rafforzare la qualifica iniziale degli insegnanti e rendere più rigorose le procedure di reclutamento, attraverso una maggiore selezione all’ingresso alla formazione iniziale degli insegnanti e una standardizzazione delle procedure di certificazione;

* Aumentare l’attrattiva della professione dell’insegnamento promuovendo lo sviluppo professionale dell’insegnante, introducendo incentivi finanziari basati sui risultati, offrendo opportunità di sviluppo di carriera basati sulle ricertificazioni e sulle prestazioni;

* Dare maggiore autonomia di gestione delle scuole ai dirigenti scolastici, anche nella selezione, valutazione e nello sviluppo di carriera degli insegnanti (condizionale per responsabilizzare le scuole).

Migliorare i risultati nelle scuole efficienti dal punto di vista economico ma con basse prestazioni:

* Trasferire risorse supplementari alle scuole efficienti per compensare condizioni d’apprendimento critiche ed effetti contestuali avversi sulle prestazioni;

* Incoraggiare la ristrutturazione degli istituti con risultati scadenti.

Si dovrebbero accordare sovvenzioni condizionate sulla base di un piano di ristrutturazione sostanziale delle scuole con risultati peggiori, implicando per esempio la nomina di un nuovo dirigente scolastico e la definizione di una serie di obiettivi dei mezzi per raggiungerli;

* Ricorrere alla loro chiusura definitiva e gli allievi dovrebbero essere trasferiti in altri istituti quando continuano ripetutamente a produrre situazioni di insuccesso scolastico per gli allievi, anche dopo l’adozione di varie azioni correttive. Migliorare le prestazioni degli allievi più deboli per ridurre i tassi di abbandono:

* Offrire un’istruzione e un’assistenza di qualità alla prima infanzia, soprattutto per i bambini provenienti da ambienti con redditi bassi;

* Offrire maggiore supporto a studenti deboli, mediante insegnanti e infrastrutture migliori, tempo di istruzione supplementare e attività speciali in classi piccole;

* Offrire agli studenti un orientamento alla carriera futura fin dalle prime fasi dell’istruzione secondaria superiore e coinvolgere i genitori nei piani di orientamento professionale.

http://www.sophia.it

Cosa va e cosa non va nelle riforme della Gelmini

Un po’ alla volta passano alcune novità; non tutte buone, non tutte cattive.

Bisognerebbe fare molto meglio, ma la Gelmini non conosce la scuola e non si fa aiutare da persone competenti. Forse per questo assistiamo ad un andirivieni di norme, per cui non capisce più molto.

Sono stati approvati alcuni nuovi regolamenti, che modificano l’assetto del sistema scolastico: il Regolamento sulla valutazione, il Regolamento per la riforma dei licei, il Regolamento per gli istituti tecnici e il Regolamento per gli istituti professionali

Regolamento sulla valutazione.

E’ un documento da modificare profondamente, ma bisogna farlo nel quadro di una riforma complessiva; di interventi-rattoppo siamo pieni, e hanno reso il sistema farraginoso e la legislazione incomprensibile.

Carenze principali:

1. l’inserimento del voto di condotta nel calcolo della media per l’assegnazione del credito penalizza il merito scolastico (esattamente l’opposto di quanto gridato dal Ministro ai quattro venti);

2. l’idea che per essere promossi o ammessi all’esame sia necessario avere almeno sei in tutte le materie produrrà effetti perversi:

a. se applicata davvero, la norma produrrà moltissimi bocciati e sarà una soluzione ridicola per vari motivi, ma soprattutto perché bisognerebbe far ripetere l’anno a studenti che hanno tutte le materie sufficienti (e anche più) e magari una sola insufficienza;

b. per non giungere a un numero esorbitante di bocciature, molte insufficienze verranno “alzate” e portate a sei: cioè i voti saranno falsificati, con un inganno generalizzato, e la beffa per chi il sei lo ha guadagnato davvero.

Molto meglio, allora, promuovere con il cinque: che rimanga segno della carenza, o che si possa ripetere l’anno solo nella disciplina insufficiente; ma ripetere l’anno anche nelle materie sufficienti è proprio ridicolo, oltre che uno spreco di risorse.

Riforma dei Licei: alcune buone cose, altre da correggere, ma bisogna valutare Liceo per Liceo, indirizzo per indirizzo; positivi, comunque, l’eliminazione delle sperimentazioni (mai verificate davvero) e il riordino dei percorsi formativi; positivo anche lo svolgimento delle ore di 60 minuti.

La riforma, però deve entrare in vigore gradualmente, a partire dalla prima classe, non dalla prima e dalla seconda contemporaneamente; tra l’altro, in alcuni percorsi di studio è proprio impossibile far partire la riforma dalla classe seconda: es. al liceo artistico tradizionale e negli Istituti d’arte (che scompariranno). E dove finiranno gli studenti che si ritrovano senza indirizzo (ancora gli istituti d’arte)? Non è stato un inganno averli indirizzati ad una scuola senza dire loro che quell’indirizzo sarebbe di colpo scomparso?

E’ un errore far scomparire gli Istituti d’arte; essi vanno recuperati nel qaudro della regionalizzaizone del sistema scolastico, nell’ambito dell’istruzione professionale.

Ma il sistema scolastico non viene regionalizzato, per cui resta la confusione tra formazione professionale regionale e istruzione professionale statale, che per certi aspetti si sovrappone alla Istruzione tecnica.

Insomma: una confusione che può essere superata solo regionalizzando la scuola, cioè applicando il Titolo V° della Costituzione.

Dimissioni della Gelmini: è ora.

Il Ministro Gelmini deve dimettersi: perché non fa le riforme e perché non conosce la scuola. L’improvvisazione ci ha stufato.

Da La repubblica.it

Indiscrezioni dal ministero: niente prova “rebus”, non si fa in tempo.

E’ il terzo annuncio di riforma che salta. Il Pd: “Ministro in stato confusionale” Esami, governo pronto alla frenata; niente novità nemmeno alle medie.

di SALVO INTRAVAIA

Esami di terza media più severi. Anzi, no.

La notizia non è ancora ufficiale, ma pare proprio che quest’anno del giro di vite sugli esami conclusivi della scuola secondaria di secondo grado non se farà nulla. O quasi.

Ai tanti interrogativi, e all’allarme lanciato ieri da Repubblica.it che sottolineava come l’esame si sarebbe complicato con ben otto tra prove e giudizi, una risposta arriva dal quotidiano della scuola Tuttoscuola, sempre ben informato sulle vicende interne al ministero. “Ormai è certo – esordisce l’articolo – Non ci sono più tempi tecnici per l’entrata in vigore del regolamento di coordinamento sulla valutazione degli alunni, prima degli scrutini finali. Almeno per quest’anno”. Cade così un altro pezzo della riforma lanciata l’anno scorso dal ministro dell’Istruzione.

“Proprio su quegli esami è scoppiata una piccola bufera a seguito di servizi di stampa che hanno gettato l’allarme parlando anche di esame rompicapo”, ammonisce il quotidiano. Ma che quest’anno gli oltre 500 mila ragazzini che frequentano la terza media si ritroveranno a fare i conti con una riforma appena accennata è cosa certa. Gli esami, come tutte le altre valutazioni intermedie e finali, avranno la novità dei voti in decimi, voto finale compreso. E diventerà più difficile arrivarci: per essere ammessi occorrerà riportare almeno 6 in tutte le discipline, condotta inclusa. Tutte novità contenute nella legge 169 (su Cittadinanza e Costituzione ed altre novità) del 30 ottobre scorso.

Resta invariato, invece, il meccanismo per giudicare gli studenti: sarà il consiglio di classe che deciderà che voto attribuire. Non si farà nessuna media tra giudizio di ammissione, le tre/quattro prove scritte, il colloquio, e le due prove Invalsi (appunto la novità dei quiz nazionali in italiano e matematica) il cui giudizio da parte della commissione dovrebbe restare opzionale. E non ci sarà neppure la lode, prevista dal Regolamento, per i ragazzini più bravi. Tutto rinviato insomma al 2010, per il terzo e a questo punto abbastanza imbarazzante passo indietro del governo dopo lo slittamento della stretta sugli esami di maturità (ammissione con 6 in tutte le discipline, rinviata al 2010) e della riforma della scuola superiore (rinviata al 2010/2011).

L’opposizione attacca. L’opposizione parla di “stato confusionale del ministro” e come esempio ritorna sul voto di condotta al superiore. “Il ministro Gelmini – dichiara Mariangela Bastico, responsabile nazionale scuola del Pd – sulla valutazione in condotta sta dando un esempio di massima contraddittorietà: da un lato, il rigorismo della bocciatura per indisciplina, con 5 applicato prevalentemente ai ragazzi con più difficoltà, dall’altro “il 6 politico”, garantito dal fatto che il voto di condotta fa media per l’ammissione all’esame di maturità”. Che consente “di colmare anche gravi insufficienze in altre discipline che di fatto annulla la norma seria e rigorosa introdotta dal ministro Fioroni che prevede per l’ammissione la media del 6 e il recupero dei debiti scolastici degli anni precedenti”. Ma la scelta di far valere per l’ammissione (nella media del sei) alla maturità anche la condotta “determina degli effetti boomerang: un ragazzo molto disciplinato con 10 in condotta potrà essere ammesso all’esame di maturità anche con quattro insufficienze, magari su materie fondamentali”. O con due 4 in materie di indirizzo. “… essere buoni, silenziosi, ossequiosi – conclude la Bastico – darà un buon credito scolastico: il perbenismo premia! Non premiano, studio, competenza, abilità e conoscenza!”. (15 maggio 2009)

Cosa pensano gli ex studenti…

Da La Stampa.it

«A scuola meno latino e più italiano»

I giovani giudicano i programmi appena studiati: insofferenza per la teoria, voglia di materie subito utili

Cartesio, Aristotele e Rousseau? Noiosi, sorpassati e decisa¬mente inutili. Per non parlare dello studio di funzioni o del calcolo vetto¬riale, già difficili da capire di loro, spesso — oltretutto — spiegati male. No, grazie. Così come latino e greco antico: meglio che siano insegnati so¬lo al classico. O almeno, così la pensa¬no tre ex studenti su quattro.

La scuola vista non più dagli alunni, non ancora dai genitori o dagli insegnanti, è un paesaggio che si apre su scorci inaspettati. La graduatoria delle materie, i valori trasmessi, l’utilità per il futuro, il rapporto con la vita reale: c’è tutto questo e altro ancora nella nuova indagine dell’Associazione TreeLLLe, dedicata alle opinioni dei «giovani adulti» — tra i 19 e i 25 anni, neodiplomati, universitari o lavoratori — nei confronti del sistema scolastico.

Oltre millecinquecento interviste (per la precisione, 1.508) equamente suddivise tra tre città, Lecce, Siena e Bologna. Tre territori diversissimi fra loro, per risultati sorprendentemente simili. E un’istantanea inedita delle nostre scuole superiori. Scattata, per la prima volta, dall’altro lato dello specchio. Il desiderio di comunicare C’è, all’origine di tutto, una riflessione. «Si parla sempre di ciò che i ragazzi dicono della scuola, mentre la stanno frequentando. O dell’opinione che ne hanno gli adulti, fuori ormai da tempo. Entrambe le letture sono falsate: dall’eccesso di coinvolgimento e dall’immaturità, o dalla lontananza e dalle rimembranze». È così che ad Attilio Oliva, presidente di Tre¬eLLLe, è venuto da chiedersi: «Chi può dare un giudizio fermo e meditato sulle superiori italiane?». La risposta: «I giovani che le hanno lasciate da poco e ne vedono i risultati. Al lavoro, o all’università». Ricerca nuova, risultati spiazzanti. Le materie, innanzitutto. Alla domanda sull’«importanza» assegnata a ciascuna di esse, solo cinque delle dieci inserite nel questionario sono state valutate come «molto importanti» da almeno la metà degli intervistati. La graduatoria finale, raggruppando le «molto» e le «moltissimo» importanti, è netta e senza appello: la terna delle competenze ritenute essenziali comprende l’inglese (85%), la «capacità di scrivere correttamente in italiano» (78%), la «capacità di usare le tecnologie informatiche» (72%). Non la storia della letteratura, non la matematica. Per Oliva, «la risposta è chiarissima: dietro c’è il desiderio e la voglia di possedere strumenti di comunicazione con il mondo. Con gli amici, con Internet, con l’Europa». Al polo estremo della classifica, ecco le nuove Cenerentole: la filosofia, «intesa sia come analisi logica — specifica il quesito — sia come studio delle visioni del mondo», ferma a quota 22%. E la musica, «compresa la sua pratica»: 13%. «E stiamo parlando — specifica Giancarlo Gasperoni, che ha diretto l’indagine — di una fascia d’età in cui si dà per scontato che quello musicale sia un elemento importante. Per certi versi è un segnale preoccupante, di sfiducia verso la scuola». I promossi e i bocciati. Gasperoni, che è sociologo dei processi formativi all’Alma Mater di Bologna, nel Dipartimento di discipline della comunicazione, sa perfettamente che la percezione di una cosa è strettamente correlata alla sua rappresentazione. «Per capirci, latino e greco antico: il 75% degli intervistati li vorrebbe solo al classico. E la matematica è ritenuta importante solo dalla metà di questi ‘giovani adulti’, cosa che si riflette anche sulle loro prestazioni». Il punto è che «se non viene percepita l’importanza di un insegnamento, è difficile che lo studio sia incentivato…». E da chi, se non dai professori. I veri «convitati di pietra» dell’indagine. Che, nella pagella stilata dai freschi ex studenti di licei e istituti tecnici di tutta Italia, restano figure dai contorni sfumati. Perché, alla domanda «su quanti insegnanti abbiano lasciato il segno o trasmesso valori — commenta Oliva —, la risposta è pochissimi»; addirittura nessuno (19%) o uno soltanto (45%). «E dato che si parla di tutta la secondaria, questo significa uno su 10 o più. Evidentemente c’è un livello medio di docenti che non lasciano traccia, e per un ragazzo questo significa molto». Non a caso i «rapporti personali con gli insegnanti», insieme alla loro «competenza didattica», galleggiano nella fascia intermedia della pagella: un ex studente su due si definisce solo «abbastanza» soddisfatto. Molto meglio i «rapporti con i compagni di classe», leggermente più soddisfacente l’«interesse delle materie». Mediocri i libri di testo e le strutture scolastiche, aule incluse. «Forse questo accade — ipotizza Oliva — perché studenti e famiglie hanno aspettative non particolarmente elevate sulla scuola; temo che i nostri ragazzi non riescano neppure a sognare una scuola che sia molto più interessante e coinvolgente». Dai banchi alla realtà. C’è anche, nella ricerca, un accento molto forte sul rapporto tra scuola e mondo esterno. Per esempio, quello del lavoro. «E alla domanda su quanto sia adeguato alle richieste del mercato il livello di preparazione avuto alle superiori — riassume Oliva —, la risposta è drammatica: la maggioranza non ha avuto alcun contatto con il mondo del lavoro attraverso la scuola. Né stage, né tirocini». Che addirittura, interviene Gasperoni, «sono più rari nei percorsi liceali, in Italia storico bacino di provenienza della futura classe dirigente». È, da sempre, una delle battaglie di TreeLLLe, insieme a quella sulla valutazione dei docenti. «Perfino Obama ne ha sostenuto la necessità — rilancia Oliva —. Una convinzione che si è sempre scontrata con un interrogativo: come si misura il loro valore? Bene, l’80% di questi ‘giovani adulti’ ritiene di essere stato in grado, a fine percorso, di valutare gli ex prof. Di più: il parere coincideva con quello dei compagni. È la dimostrazione che i giovani, in quella fascia d’età, sono i migliori giudici del proprio insegnante ». Va anche detto che, alla domanda sulle figure di riferimento per le scelte scolastiche, due terzi degli intervistati ha risposto «se stessi» e, in seconda battuta, i genitori. E l’autoreferenzialità, forse, è un rischio da non sottovalutare.

Gabriela Jacomella 13 maggio 2009

Gelmini e l’Esame di stato: non ne indovina una.

Con un’Ordinanza Ministeriale sugli Esami di Stato viene smentito il Regolamento sulla valutazione, non ancora vigente.

Adesso torna in vigore la normativa di Fioroni.

Il programma del centrodestra per la scuola? Caos e arroganza.

Povera Ministro Gelmini: di scuola non sa praticamente niente e i suoi consiglieri al Ministero fanno solo confusione.

da La Stampa.it

Gelmini s’arrende. Maturità anche con insufficienze

La temuta «regola del 5», cioè la non ammissione alla maturità per una sola insufficienza, quest’anno non sarà applicata. L’ordinanza relativa all’esame di Stato emanata ieri dal ministero stabilisce, in attesa che il regolamento sulla valutazione degli studenti venga perfezionato, che restino in vigore le norme introdotte dal governo precedente: per presentarsi alla commissione sarà necessario aver ottenuto agli scrutini finali la media del 6.
La disposizione dell’ex ministro Fioroni, che dunque sarà applicata per la prima volta, va comunque nella direzione della severità, ma non escluderà chi è arrivato alla fine del percorso zoppicando in qualche disciplina.
Nell’ordinanza è anche specificato che non potranno sostenere le prove gli studenti che avranno a fine anno 5 in condotta. (…)
(…) Per finire, la «regola del 5» avrebbe costretto i consigli di classe a «barare», alzando i voti finali e presentando i candidati ai commissari esterni in modo non realistico, per evitare una vera e propria strage di studenti con colpe lievi.
Un comportamento giudicato assai poco educativo, ma al quale le scuole avrebbero inevitabilmente aderito, inventando «bonus» di punti da «giocare» per ogni studente in sede di scrutini: un bonus che avrebbe alzato i voti in modo omogeneo, senza creare disparità di valutazione tra bravi e meno bravi.

A rischiare la mancata ammissione all’esame, secondo i presidi, sarebbe stato il 70-80% degli studenti degli istituti tecnici e professionali (soprattutto nelle materie non professionalizzanti, come italiano o storia), il 40-50% nei licei scientifici e il 25-30% nei licei classici. (…)

Gelmini: la scuola dei “voti falsi” nell’era dei “nativi digitali”

Le Riforme della Gelmini contro il “merito”:

la scuola dei “voti falsi” nell’era dei “nativi digitali”.

Nel clima generalizzato di paura che si vuole creare (dallo stupro al bullismo), pare che gli unici provvedimenti seri siano quelli basati durezza. E così le istituzioni rispondono alle paure irrazionali dell’opinione pubblica con iniziative rapide ma estemporanee, che rivelano immediatamente la loro superficialità. L’abbiamo visto nel caso dei rumeni presunti stupratori, e lo vediamo nel caso dei nuovi “criteri della valutazione a scuola” appena approvati dal Consiglio dei Ministri.

Sul voto di condotta il Ministro Gelmini è stata costretta ad abrogare il decreto emanato due mesi fa, perché di fatto (e sono certo che si stenterà a credere a ciò che sto per dire) esso garantiva i microbulli e non introduceva nulla di nuovo per i macrobulli.

Il nuovo Regolamento, che detta norme più generiche sul voto di condotta e riporta tutto al punto di partenza, contiene però un altro concetto destinato a creare confusione: per essere ammessi all’Esame di Stato bisogna avere sei in tutte le materie, compreso il comportamento.

Per verificare l’assurdità di queste previsioni, bisogna tenere conto di alcune questioni:

1. il “sei” nelle discipline di studio rappresenta il raggiungimento di precisi obiettivi di conoscenza e competenza, mentre il “sei” in comportamento indica un comportamento certamente negativo, ma che non ha le caratteristiche per essere valutato con l’insufficienza; come si vede, è assurdo mettere sullo stesso piano i voti nelle materie tradizionali e il voto in condotta; in ogni caso, il “credito scolastico” assegnato ad ogni alunno nel triennio delle superiori non indicherà più la preparazione, ma sarà “inquinato” da una valutazione in condotta che utilizza una scala diversa; insomma, viene innescato un meccanismo “antimeritocratico”. Ma queste sono quisquiglie, rispetto al punto 2;

2. fino ad oggi, per essere ammessi all’esame di Stato bisognava avere la media del sei, mentre con il nuovo Regolamento bisogna avere sei in tutte le materie; ciò significa che bisognerà non ammettere all’Esame chi ha cinque, ad esempio, in Storia o in Educazione Fisica. Si tratta di un’assurdità per vari motivi, ma innanzitutto per il fatto che uno studente che ha cinque in una disciplina ha evidentemente valutazioni positive (che possono essere anche buone o ottime) in tutte le altre materie; oltretutto, non ammettere all’esame o bocciare per una materia, è un controsenso anche dal punto di vista economico, visto che obbligheremmo un giovane a ripetere il corso anche nelle discipline già conosciute.

Del resto: perché mandare all’esame e sottoporre al rischio della bocciatura chi è già stato giudicato sufficiente in tutte le materie da un Consiglio di classe? Non conviene eliminare l’esame di Stato e chiudere l’anno con lo scrutinio?

In verità capita spesso che vi siano studenti che conservano l’insufficienza in una materia anche alla fine dell’anno conclusivo, per cui i docenti – che sono più saggi e competenti del Ministro – per evitare la non ammissione all’Esame porteranno il cinque a sei, come si è sempre fatto nella scuola italiana. Insomma: per ovviare alle assurdità e alle incongruenze della burocrazia, i docenti sono spesso costretti (con motivazioni nobili) a mettere voti che non corrispondono alla verità. Questa premessa apre una rilevante questione relativa alla “attendibilità e veridicità” delle valutazioni numeriche espresse nella scuola italiana: spesso i voti rispondono a logiche burocratiche (come in questo caso) piuttosto che al livello di raggiungimento degli obiettivi in termini di conoscenze e competenze.

Il rischio (io direi la certezza) è che grazie al Ministro Gelmini vengano ammessi agli esami di Stato studenti con i voti “alzati” (e perciò falsificati) per evitare la non ammissione: in sostanza questi studenti sarebbero premiati, con un’altra scelta antimeritocratica.

E del resto la non ammissione sarebbe una scelta assurda, perché non terrebbe conto delle molte materie apprese, e sarebbe una scelta antieconomica (ripetere l’anno per una materia non appresa, rispetto a tutte quelle apprese).

Lo stesso problema si pone per gli “esami di settembre”: perché bocciare uno studente che conserva una sola insufficienza, se nelle altre materie ha raggiunto almeno la sufficienza?

Quali le soluzioni? Innanzitutto le soluzioni ci sono: bisogna rivedere la funzione e le modalità di svolgimento dell’esame di Stato, e bisogna ridiscutere il valore legale del titolo di studio: probabilmente uno studente impara di più dal sapere che conserverà traccia delle insufficienze sul diploma finale, piuttosto che dal sapere che i voti vengono “falsificati” per ammetterlo all’esame (con relativa beffa per chi ha preso la sufficienza vera); bisogna rivedere le bocciature a settembre: è meglio che uno studente sia ammesso alla classe successiva con l’insufficienza, e sia costretto a ripetere il corso in quella disciplina, piuttosto che “falsificare” il voto, come succede spesso.

Insomma, non ci sono scorciatoie; non basta “bocciare”, tornando a logiche non più proponibili, per avere una scuola migliore.

Nell’era dei “nativi digitali” la scuola deve trovare strumenti e percorsi nuovi.

Quello che è certo è che “bocciatura” non corrisponde né a severità né a qualità, né a equità.

In fondo, anche la bocciatura è una cosa seria.

I fantasmi della scuola.

Due fantasmi si aggirano per la Scuola:

1. Decentralizzazione dell’istruzione

2. Stato giuridico degli insegnanti

Alessandra Cenerini, Presidente dell’Associazione docenti  italiani, intervista C. Marzuoli, ordinario di Diritto Amministrativo all’Università d Firenze.

(Leggi l’intervista sul sito dell’Adi: www.adiscuola.it)

L’Onda tace, ma la “riforma” continua.

L’Onda tace, ma il processo di cambiamento continua. E’ in discussione il ddl Aprea, che prevede numerose e importanti modifiche. Bisogna discuterne, per non arrivare come sempre troppo tardi a dire che è tutto sbagliato (e non è tutto sbagliato).

Cominciamo la discussione, a partire dal testo del ddl e dalle valutazioni già espresse. Alla pagina “DDL Aprea” si trova il testo del DDL, e alla pagina “DDL Aprea – Opinioni si trovano le opinioni di alcune associazioni professionali e sindacati.

Chi sono i docenti? E chi credono di essere?

Ecco alcuni documenti per capire chi sono i docenti,

e chi credono di essere, e chi si crede che siano.

Presentato a Roma il RAPPORTO SULLA SCUOLA IN ITALIA della Fondazione Giovanni Agnelli

11 ricerche originali, più di 30 ricercatori italiani e stranieri: un progetto che mette a fuoco con analisi e proposte inedite i nodi critici dell’organizzazione della scuola e della condizione degli insegnanti nel nostro Paese

 Rapporto_sulla_Scuola_in_Italia_-_Roma__11.02.09.pdf

Rassegna Stampa: Sole24_Ore__-_11.02.09.pdf

Motivazione, incentivi e carriere degli insegnanti italiani

Un contributo originale di Giuseppe Bertola e Daniele Checchi su alcuni temi fra i più critici dell’organizzazione scolastica nel nostro Paese.

G._Bertola_-_D._Checchi__Organizzazione_delle_risorse_scolastiche_-_FGA_WP5.pdf

Un bravo insegnante può essere meglio utilizzato in un istituto professionale di periferia o in un liceo del centro? È possibile perseguire oggi nella scuola italiana obiettivi di qualità e di efficienza che siano compatibili con quelli d’equità? E quali nuovi e ragionevoli criteri è bene definire per l’allocazione degli insegnanti alle scuole, così da ottenere che facciano bene il loro lavoro nella scuola in cui sono più utili?

Peraltro, da soli, incentivi monetari e valutazioni quantitative non bastano, né ci si può affidare unicamente alle scelte economiche autonome di insegnanti e famiglie, perché il prodotto delle scuole e la qualità di chi ci lavora hanno molte dimensioni e sono difficili da valutare obiettivamente.

A partire da questi interrogativi e riflessioni, Giuseppe Bertola e Daniele Checchi sviluppano – in una prospettiva prevalentemente ma non esclusivamente economica – alcuni dei temi più critici dell’organizzazione del sistema scolastico italiano e dei nuovi meccanismi che dovrebbero orientare le funzioni e la carriera degli insegnanti. Il saggio, pubblicato on line nella versione integrale, è uno dei contributi che hanno orientato il Rapporto 2009 sulla scuola in Italia, che la Fondazione Agnelli renderà pubblico nelle prossime settimane.

Motivati, arrabbiati, disponibili al cambiamento.

Questa, in sintesi, la fotografia degli insegnanti italiani, che la Fondazione Agnelli ha colto in un momento cruciale della loro carriera: quello dell’assunzione in ruolo.

Fondazione_Agnelli_-_Ricerca_insegnanti_neoassunti_2007-_sintesi_primi_risultati.pdf

La ricerca, realizzata dalla Fondazione Giovanni Agnelli in collaborazione con le Direzioni scolastiche regionali di Piemonte, Emilia-Romagna e Puglie, si basa sulle risposte di quasi 10.000 insegnanti delle tre regioni, che a maggio-giugno 2008 hanno volontariamente compilato un approfondito questionario su un sito predisposto per l’occasione. Scopo dell’indagine è mettere a fuoco dei profili professionali dei neoassunti, la cui età media è piuttosto elevata (41 anni): l’assunzione a tempo indeterminato riguarda, infatti, insegnanti che hanno alle spalle dieci anni circa di precariato nella scuola.

Sono stati rilevati:

1) elementi oggettivi (percorsi di carriera nella scuola, titoli di studio conseguiti, esperienze lavorative precedenti);

2) elementi soggettivi (visione del proprio ruolo professionale, giudizi sulla scuola, progetti di sviluppo professionale, motivazioni della scelta della professione e il livello di soddisfazione rispetto ai diversi aspetti dell’insegnamento;

3) opinioni su alcune questioni di stretta attualità (ad es. il giudizio sulle indagini internazionali del tipo Ocse-Pisa, l’introduzione di un sistema di valutazione, la definizione di una carriera meno piatta di quella attuale e di incentivi per i meritevoli, l’assunzione diretta da parte delle scuole, ecc).

Il Ministro Gelmini contro il Ministero dell’Istruzione.

Gelmini contro Gelmini.

Dopo l’emanazione di una normativa prolissa, incongruente e confusa sul voto di condotta, il Ministro Gelmini ha detto che:

1. il voto di condotta farà media con i voti delle altre materie;

2. sarà più facile, per i professori, dare l’insufficienza.

Ma per realizzare queste intenzioni, il Ministro deve smentire i documenti ufficiali emanati dal suo ministero.

Qualche consiglio al Ministro:

1. revochi ufficialmente tutti i documenti carenti ed incongruenti emanati finora;

2. emani un unico documento chiaro, coerente e applicabile;

3. si faccia consigliare da persone competenti;

4. pretenda un linguaggio chiaro, leggibile e  non equivoco.